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mercoledì 23 settembre 2015

La disinformazione pilotata demonizza il maschile

11/05/2011 

La campagna di disinformazione finalizzata alla demonizzazione della figura maschile, in atto ininterrottamente da 40 anni, utilizza diversi filoni.
Uno dei più inflazionati è il postulato della violenza maschile come “prima causa” della morte delle donne.
Con ogni mezzo ci si affanna a propagandare la mistificazione, col risultato che radio, tv e carta stampata grondano il medesimo messaggio artefatto e privo di ogni fondamento: in Italia la violenza maschile è la prima causa di morte per le donne.
Senza nulla togliere al dolore che i familiari provano per ogni vittima di morte violenta, a prescindere dal genere, proviamo ad analizzare su quali fondamenta scientifiche poggia la propaganda vittimistica unidirezionale.
E’ curioso notare come la prima causa di decesso in Italia vari a seconda di ciò che si vuole, al momento, mettere sotto i riflettori: nei servizi giornalistici degli ultimi anni la prima causa di decesso è stata il cancro, oppure l’infarto, gli incidenti stradali, il diabete, le malattie infettive, il fumo attivo e passivo, l’alcool …
Quando parla l’oncologo il cancro è il principale fattore di rischio, quando parla il cardiologo il principale fattore di rischio diventano le malattie cardiocircolatorie, quando invece parlano soggetti indottrinati alla logica persecutoria antimaschile, ecco pronta la mistificazione preconfezionata della violenza di lui che uccide lei.
Propaganda, non informazione
Paul Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda nonché esperto di comunicazione del III Reich, ha reso celebre la teoria: “prendete una bugia e ripetetela mille volte: diventa una verità”.
E’ esattamente ciò che viene messo in atto dalla campagna di criminalizzazione antimaschile.
Ne risulta, infatti, che la violenza maschile come prima causa di morte delle donne viene arrogantemente divulgata (e passivamente accettata) senza il minimo riscontro nei dati ufficiali disponibili e – curiosamente – senza alcun accenno di verifica da parte degli infervorati divulgatori.
  Indagine Multiscopo ISTAT sulle cause di morte (2002) In Italia un totale di 560.390 decessi, di cui:Maschi: 279.296 Femmine: 281.094  
Non si tratta di dati reperiti clandestinamente a costo di faticose ricerche, sono griglie consultabili da chiunque, gratuitamente, presso il sito www.istat.it
Per omicidio e lesioni provocate intenzionalmente da altri (codice descrittivo dell’Indagine: BE77) sono morte in Italia, nel 2002, 560 persone, di cui
Maschi: 401
Femmine: 159
159 decessi su un totale annuo di 281.094 (0,06%).
Non c’è l’intenzione di sottovalutare l’importanza dei 159 decessi, è necessario provare grande partecipazione per il dolore di quelle 159 famiglie ed esprimere ferma condanna nei confronti di autori/autrici dei gesti criminali.
Ma il focus è un altro, da individuare nelle rilevazioni statistiche: lo 0.06% sarebbe ciò che la narrazione dominante tenta di imporre come prima causa di morte delle donne.
Il 28 giugno 2008 l’ISTAT ha inoltre pubblicato le stime preliminari di mortalità per cause, comparando i dati 2003 (definitivi) ai dati 2006 (stime).
Per questa proiezione l’ISTAT ha usato un metodo diverso, accorpando sotto la voce “cause accidentali e violente” eventi di varia natura. La voce quindi comprende non solo donne vittime di omicidio, ma anche di suicidio, catastrofi naturali, incidenti stradali, incidenti domestici, rapine, etc.
Anche il sottogruppo violenza in famiglia è compreso nella voce “cause accidentali e violente”    
CAUSE DI MORTE
Decessi (numero)
Tassi stand. per 10.000
2003
2006
2003
2006
MASCHI
Tumori
96.122
98.339

40,48
38,81
Tumori maligni dello stomaco
6.381
6.515

2,72
2,58
Tumori maligni del colon, retto e ano
9.250
10.026

3,92
3,99
Tumori maligni della trachea, bronchi e polmoni
25.833
25.978

10,52
9,99
Tumori maligni della mammella della donna
-
-

-
-
Diabete mellito
7.799
8.044

3,49
3,31
Malattie del sistema nervoso
8.137
8.135

3,67
3,38
Malattie del sistema circolatorio
105.837
97.344

49,93
42,13
Infarto del miocardio
19.676
18.428

8,53
7,46
Disturbi circolatori dell'encefalo
27.344
24.606

13,25
10,85
Malattie del sistema respiratorio
22.999
20.497

11,14
9,04
Malattie dell'apparato digerente
12.127
11.958

5,21
4,81
Cause accidentali e violente
15.546
14.347

6,34
5,63
Altre cause
20.113
19.577

9,25
8,29
288.680
278.241
129,51
115,39

FEMMINE




Tumori
71.011
73.757
20,71
20,27
Tumori maligni dello stomaco
4.643
4.369
1,31
1,16
Tumori maligni del colon, retto e ano
8.005
8.532
2,29
2,29
Tumori maligni della trachea, bronchi e polmoni
6.431
7.297
1,92
2,07
Tumori maligni della mammella della donna
11.461
11.480
3,46
3,28
Diabete mellito
11.960
11.270
3,23
2,78
Malattie del sistema nervoso
11.199
10.946
3,02
2,71
Malattie del sistema circolatorio
135.855
123.643
34,95
28,79
Infarto del miocardio
15.355
14.374
4,12
3,53
Disturbi circolatori dell'encefalo
41.571
36.693
10,70
8,54
Malattie del sistema respiratorio
17.823
14.929
4,59
3,49
Malattie dell'apparato digerente
11.857
11.444
3,25
2,90
Cause accidentali e violente
10.097
9.783
2,79
2,49
Altre cause
28.281
26.846
7,43
6,43
298.083
282.617
79,97
69,87

Dallo schema emerge una flessione, seppur minima, delle proiezioni 2006 rispetto ai dati 2003.Inoltre il dato complessivo (non il solo omicidio ad opera del partner) è in ogni caso ben lontano da costituire il primo fattore di rischio per i soggetti di genere femminile, rappresentando circa il 2,5% del totale.
Se L’ISTAT scorporasse la sola voce omicidio ad opera del partner, o ex partner, si avrebbero valori percentuali ancora minori, verosimilmente inferiori all’ 1% a conferma dei dati relativi al 2002. Va infatti ricordato che nella percentuale del 2,49% sono comprese anche donne uccise “per cause accidentali e violente” nel corso di rapine, tentativi di sequestro, regolamenti di conti fra malavitosi, incidenti stradali – quindi non dal partner – oltre a donne uccise da altre donne, siano esse madri, sorelle, figlie o nipoti, come anche colleghe, rivali in amore, compagne di università, partners lesbo, vicine di casa ed altro ancora.
Tra i casi più noti i delitti di Perugia (Amanda), Erba (Rosa) e Novi Ligure (Erika).
Ci auguriamo che tale suddivisione venga analizzata e pubblicata quanto prima, per avere una documentazione ancora più dettagliata. 
In conclusione: che la violenza maschile costituisca la prima causa di morte delle donne non è mai emerso da alcuna indagine dei maggiori istituti di ricerca pubblici o privati.
Non lo ha mai sostenuto l’ISTAT, l’Eurispes, il CENSIS, l’Eures; non è mai risultato da alcuna ricerca universitaria…. Lo dice solo la propaganda antimaschile. Però lo dice lo dice sempre, lo dice ovunque …. e fa proseliti, che si accodano bovinamente al coro senza mai preoccuparsi di verificare l’attendibilità di quanto affermato.
Un  inganno colossale o - per chi preferisce - propaganda, mistificazione, terrorismo psicologico ….. certamente non può in alcun modo essere definita “informazione”. Una informazione serena, obiettiva ed imparziale risponde a criteri decisamente diversi.
Nel 2004 arriva la clamorosa ammissione di una ONG prestigiosa come Amnesty International:  “La campagna globale di Amnesty International contro la violenza sulle donne ha fatto uso dell’affermazione, attribuita al Consiglio Europeo, secondo cui la violenza domestica è la prima causa di morte per le donne, genera più decessi del cancro e degli incidenti stradali. Questa affermazione non corrisponde ai dati cui si riferisce, viene quindi cancellata dal materiale di Amnesty International” 
Il dato mistificatorio è stato rimosso dalla brochure di Amnesty International, non certo dalle coscienze che la disinformazione ha condizionato. Nonostante la retromarcia ufficiale, gli effetti della lunga ed insistente propaganda che si è rivelata essere una falsità rimangono ben ancorati nell’immaginario collettivo e continuano ad orientare i convegni, i media, l’agenda della politica.

http://www.adiantum.it/public/2464-la-campagna-di-disinformazione-che-demonizza-la-figura-maschile---di-fabio-nestola.asp

martedì 22 settembre 2015

Se la Faiella si incazza...

13/06/2013 

Recentemente, un servizio delle Iene sui padri separati ha scatenato una ridda di polemiche da cui tra spare un vero e proprio odio anti-maschile. 
Alessandra Faiella ha così scritto, indignata, al "Fatto Quotidiano" una veemente lettera che ci pregiamo di "sezionare" al fine di apprezzarne i contenuti.

La misoginia sta tornando di moda: alle Iene, un tempo programma “progressista” e politicamente corretto, nella puntata del 5 maggio, un’associazione di padri separati accusa le ex mogli delle peggiori nefandezze, prima fra tutte quella di ridurli sul lastrico.

Dove sarebbe nel servizio l’associazione di padri separati? 
Enrico Lucci intervista alcuni separati che non hanno un posto dove dormire. 
Uno vive in macchina, gli altri nella casa del papà: una struttura del Comune di Roma voluta da Sveva Belviso, vicesindaco ed assessore ai Servizi Sociali, non certo una pericolosa esponente dei terribili padri separati. 
Poi il delirio della Faiella rompe gli argini: prima il programma Le Iene era politicamente corretto, non lo è più perché ha osato parlare dei padri.
Giusto, che diamine.
Decine e decine di trasmissioni devono parlare solo di madri,  analizzare i problemi delle madri, il disagio delle madri, le paure delle madri, le violenze subite dalle madri, le difficoltà economiche ed organizzative delle madri, gli ostacoli nel conciliare maternità e lavoro, le difficoltà nel conciliare lavoro domestico e carriera, etc.
Quindi bisogna ospitare donne negli studi tv ed intervistare donne nelle strade, invitare associazioni di donne, ascoltare esperti che parlano di donne e tuttologi che parlano di donne, su tutte le reti pubbliche e private, ad ogni ora del giorno e della notte.
Fin qui tutto ok, la Faiella evidentemente gradisce. 
Poi una trasmissione si azzarda a mandare in onda un servizio sulle difficoltà anche dei padri, e la Faiella grida allo scandalo. Curiosa idea di politically correct, no?

I padri separati, alle Iene, negano tutte le statistiche sulle molestie pedofile, da parte dei padri separati, e sulle violenze contro le ex mogli. Tutto falso, tutte menzogne suggerite dal “club delle prime mogli”.

È lecito chiedersi se Alesandra Faiella abbia  realmente visto la trasmissione che attacca, o la stia criticando “al buio”, perché qualcuno le ha chiesto di farlo …Oltre a dispensare odio cieco ad ogni riga, è in grado di documentare quello che scrive? Quali sarebbero le statistiche sulle molestie pedofile da parte dei padri separati?
Citare, prego, se è in grado di farlo..
Quali sarebbero le statistiche sulle violenza negate dai padri separati? Citare le fonti ufficiali e soprattutto la parte del servizio nella quale i padri separati le negherebbero.
La generalizzazione contro tutte le ex, e di conseguenza contro tutto il genere femminile è evidente, l’odio misogino è palpabile.
Sarà evidente per la Faiella, non per altri. Conosco migliaia di persone (donne e uomini) che condividono il Faiella-pensiero, ma anche migliaia di persone (donne e uomini) che non lo condividono affatto. La guerra campale è nella sua perversa interpretazione, il servizio non trasuda odio misogino contro l’intero genere femminile.
Ripeto: ma lo ha visto realmente? Forse è lei ad odiare gli uomini, tutti, sempre, e tende a proiettare il suo odio a ruoli invertiti. La presunzione non può spingersi fino al punto che i suoi pregiudizi diventino la Verità e le opinioni diverse siano da gettare alle ortiche perché sbagliate.
Bell’esempio di democrazia e di rispetto per le opinioni altrui, non c’è che dire. Esiste anche chi la pensa diversamente, se ne faccia una ragione.

Del resto, adesso Le Iene è presentato da Teo Mammuccari, conduttore da sempre simpatico come un avviso di sfratto, noto per la sua solidarietà con il genere femminile: le ragazze seminude che posizionava sotto tavoli di vetro, già pronte in posizione “fellatio”, ne sono state fulgido esempio.

Ehilà! Da cosa deriva questa interpretazione ardita? 
Che Flavia Vento stesse a Mammuccari come la Lewinski a Clinton è una fantasia della Faiella, niente di più. 
Flavia era derisa per la sua pochezza, è vero; ma essere utilizzata per le smanie sessuali del conduttore è un’altra cosa. La derisione, tuttavia, assume per la Faiella valenza diversa in rapporto a chi faccia cosa. 
Fabio Fazio, ad esempio, viene deriso, sbeffeggiato, insultato ed umiliato pubblicamente da Luciana Littizzetto, immancabilmente da anni. E la gente applaude.
Umiliazioni esplicite e reiterate, sull’inferiorità maschile in generale e di Fazio in particolare, sulla sua stupidità, sul carattere, sull’aspetto fisico, sull’abbigliamento, sulla capigliatura …  derisioni umilianti protratte nel tempo molto più a lungo del programma-meteora di Mammuccari, eppure non abbiamo mai letto una riga di biasimo della Faiella.
È questa la sua idea di politically correct? 
Se un uomo umilia una donna è uno scandalo, se una donna umilia un uomo è tutto ok, la Faiella non impugna l’ascia di guerra..

Che esistano ex mogli perfide e vampire succhiatrici di sangue siamo tutti d’accordo. Io non ne conosco, ma sicuramente esistono. Io conosco una valanga di ex mogli disperate che non ricevono un euro dal loro ex marito, ex marito quasi sempre più ricco di loro, che spesso intraprende lotte all’ultimo sangue a suon di avvocati.

È vero, è noto che gli uomini italiani, soprattutto se separati, siano fra i più ricchi al mondo. 
Infatti potrebbero tutti vivere nei castelli di famiglia con cameriere e maggiordomi, ma si fingono ridotti in miseria per scroccare alloggi di fortuna nella casa del papà.
Faiella, quello intervistato da Lucci dorme in macchina perché non ha altro, chiaro? 
Non è un attore pagato per recitare la parte, è disperato DOC. 
Per uno intervistato ce ne sono altre migliaia che in tv non andranno mai, ma ciò non significa che l’esercito dei separati sia fatto da benestanti.
Poi c’è pure il piccoletto che passa alla ex 100.000 eurucci al giorno, ma quello nel servizio non compariva.
Nonostante questo, cioè il fatto che io non ne conosca, sono certa che esistano ex mogli stronze. Che le ingiustizie, o meglio i reati, ai danni delle ex mogli siano un falso, questo invece non lo credo.
Che c’entra, di grazia? Il servizio delle Iene diceva questo? Nessuno degli intervistati ha parlato di massimi sistemi, ognuno ha raccontato la propria storia personale, punto e basta; non dovevano farlo? Dovevano dire “non posso rispondere o se rispondo tagliate tutto, sennò poi la Faiella ci rimane male”?
Da notare: l’unica intervistata per parlare del fenomeno violenza è una donna, Ilaria Perulli, della cooperativa che gestisce la casa del papà

L’odio misogino è di moda. Non solo alle Iene. Qualcuno, in Italia, sta arrivando a negare che la violenza contro le donne sia un’esagerazione, forse anche una menzogna. I dati Istat parlano chiaro, un femminicidio ogni tre giorni in Italia. (…)

Non ci siamo. Alessandra Faiella parla di dati ISTAT, cercando di avvolgere con un alone di ufficialità ciò che ufficiale non è affatto. Li citi, questi dati ISTAT che non ha mai visto nessuno. 
Le fonti che catalogano il neologismo femminicidio sono associazioni, comitati e movimenti che prevalentemente si occupano di donne vittime di violenza: Telefono Rosa, Inquantodonna ed altre.
Nessuna fonte ufficiale pubblica dati sul femminicidio, ne’ l’ISTAT, ne’ il Ministero dell’Interno (Polizia), ne’ il Ministero della Difesa (Carabinieri). Non si tratta di boicottaggio o dimenticanza, il motivo è molto più semplice: il femminicidio non è un criterio di rilevazione riconosciuto. Forse lo sarà in futuro, il fortissimo movimento d’opinione che si sta sviluppando tende proprio a questo, ma ad oggi ancora non lo è.
Quindi non esistono dati ufficiali, checché ne dica la Faiella, e le uniche fonti (peraltro fortemente discordanti fra loro) restano le associazioni di categoria, in totale assenza di verifiche istituzionali.
Il guaio è che non esistono nemmeno verifiche fai-da-te. Il dato delle circa 120 donne uccise ogni anno (ma alcune fonti citano 140, 160, anche 240) viene accettato acriticamente da chiunque, a cominciare da politici e giornalisti per continuare con opinionisti e conduttori televisivi.
Quante persone, fra coloro che si accodano al vento prevalente ripetendo il mantra “emergenza femminicidio”, si sono realmente prese il disturbo di verificare a cosa corrisponda la propagandata “strage”?
Chi lo ha fatto ha riscontrato dati gonfiati rispetto alla realtà. Prof.  Vincenzo Mastriani: 67 casi reali di femminicidio su 127 dichiarati tali nel 2010. Avv. Paola Tomarelli (che scandalo, una donna!): 57 casi reali su 238 dichiarati nel 2012
Che bisogno c’è di costruire un allarme fittizio? Circa 50/60 donne uccise ogni anno è un dato gravissimo. Ma sarebbe gravissimo anche se il totale fosse 30, 15, 5 … anche una sola donna uccisa è troppo.
Nessuno può arrogarsi il diritto di essere padrone di un’altra persona. È inaccettabile ogni singola vita persa a causa della possessività altrui. Deve essere inaccettabile per l’intera società civile, la grande maggioranza: decine di milioni di cittadine e cittadini responsabili, uniti nello schierarsi contro una minoranza deviante.
Perché di questo si tratta: per quanto terribile possa essere il fenomeno, resta circoscritto ad una sparuta minoranza di barbari criminali. Ciò che sorprende è come da questa sparuta minoranza si faccia nascere l’esigenza di “rieducare” l’intera popolazione maschile.
Altra domanda: è corretto l’atteggiamento di chi riconosce la gravità delle uccisioni, di qualsiasi uccisione, anche fossero “solo” qualche decina? O forse è più corretto l’atteggiamento di chi ha bisogno di gonfiare i dati, parlando di centinaia?

(---) Alcuni uomini, pochini a dire il vero, cominciano ad interrogarsi se non ci sia qualche seme dipsicopatologia nel genere maschile.

Simpatico esempio di razzismo.
La psicopatologia non riguarderebbe i comportamenti devianti di una minoranza che conosce solo la violenza, ma l’intero genere maschile. Tutti carnefici, dal Dalai Lama a Gino Strada, da Napolitano a Dario Fo. 
L’atteggiamento corretto, l’unico tollerato, sarebbe quello di ammette la propria inferiorità rispetto al genere femminile. Ma lo fa una minoranza, gli altri sono bestie.
Razzismo di genere? Nooooo, è politically correct.

Gli altri tacciono, continuando tranquilli a tagliarsi le unghie dei piedi col tronchesino davanti alla tv, sfregiando con i monconi di unghia volanti, le piante del salotto.

Ah ah ah ha! Che simpatica, ecco che salta fuori la vis comica. Come direbbe Totò, mi scompiscio.
Sarebbe il caso di rispondere per le rime?
Si potrebbe dire che le virago alla Faiella, quelle che non si interrogano sulla la psicopatologia femminile schiava di ideologie e pregiudizi, continuano tranquille ad adottare  altri beceri comportamenti femminili, tipo intasare gli scarichi ignorando i cartelli che chiedono di non gettare assorbenti nel cesso?.
Ma no, non mi interessa competere sul terreno della denigrazione che sembra essere tanto caro alla nostra comica prestata al sociale. 

Se in Italia venisse ucciso un maschio ogni tre giorni, se un uomo su tre tra i 16 e i 70 anni fosse stato vittima nella sua vita dell’aggressione di una donna, se 6 milioni 743 mila uomini avessero subito violenza fisica e sessuale da parte di donne, come dicono gli ultimi dati Istat (a proposito del genere femminile ovviamente), se quasi 700mila uomini, avessero subito violenze ripetute dalla partner e nel 62,4% dei casi i figli avessero assistito a uno o più episodi di violenza; se, continuamente, gli uomini fossero vittime di molestie, stalking, palpeggiamenti vari, se tutto questo fosse per assurdo la condizione maschile in Italia, succederebbe il finimondo.

Ma per favore … eviti di pontificare in merito a ciò che non conosce, fa più bella figura. 
Da noi si parla solo di vittime femminili, da decenni. È doveroso che lo si faccia, il problema è la mancanza di dati oggettivi a 360°, per cui sembra (deve sembrare?) che il fenomeno a ruoli invertiti non esista.
La vittima maschile di violenza domestica esiste eccome, ma è volutamente ignorata, solo in Italia. 
C’è sull’argomento una letteratura scientifica infinita, studi provenienti dagli immancabili USA e UK ma anche da Filippine, Spagna, Iran, Brasile, Canada, Messico, etc.
Ovunque venga studiato, il fenomeno “violenza” registra autori e vittime ambosessi, con modalità simili sia per gravità che per ricorsività. Da noi viene studiato solo un aspetto del problema, quindi mettendo sotto i riflettori solo l’aspetto A si ottiene il risultato di oscurare l’aspetto B.
Delle vittime maschili non se ne parla perché non esistono, o non esistono perché non se ne parla?

(…) Invece la questione continua a riguardare la violenza sulle donne da parte di uomini, una violenza di massa di segno opposto non esiste.

Esiste, eccome. Il fatto che la ignori la Faiella non vuol dire che non esista. 
Si documenti un po’, studiare non fa mai male.

Eppure, di fronte a tutto ciò, gli uomini, anche quelli sani, anche quelli non violenti dormono. Gli altri, i malati, se si svegliano è anche peggio. E di fronte a tutto ciò io continuo ancora a sentire questa frase: “Sì, ma le donne usano la violenza verbale“. Verissimo. Infatti mi associo anch’io: “Ma vaffanculo!”

Che classe!
Grazie di cuore … da lei non potevamo aspettarci una conclusione diversa.

William Pezzullo e Lucia Annibali: vittime di uno stesso reato, ma per il Quirinale conta il genere

01/04/2014 

Nelle aule universitarie non ci hanno insegnato che la Giustizia può essere surreale. 
Poi abbiamo imparato che spesso lo è. 
L’aggressione subita da William Pezzulo, sfregiato con l’acido dalla ex fidanzata che non accettava la fine del rapporto, ne è testimone.
Oggi possiamo dare un aggiornamento di questa storia tutta italiana. Già a novembre 2012 avevamo rilevato l’assordante silenzio sull’episodio: nessuna copertura nazionale da parte di stampa e tv, nessun approfondimento, oscuramento totale non solo nei TG ma anche in quei programmi pomeridiani e serali che fanno audience rimestando nel torbido dei casi di cronaca.
William non interessa a nessuno, il suo dolore e il dolore della sua famiglia non trovano spazio sui media. Non solo, non trovano spazio nemmeno nella considerazione istituzionale.
Il Presidente Napolitano, infatti, ha conferito l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica a Lucia Annibali, anche lei sfregiata dopo aver lasciato il fidanzato.
Il caso Annibali ha avuto enorme risalto mediatico, tanto all’epoca dei fatti quanto il 25 novembre e l’8 marzo in occasione dei ricevimenti al Quirinale. Attenzione istituzionale e mediatica sicuramente dovute ad ogni vittima di violenza; saltava comunque agli occhi la vistosa disparità di considerazione rispetto ad altre vittime aggredite con l’acido, in particolare il solito William dimenticato, trascurato, snobbato da tutti.   
ADIANTUM aderiva - insieme ad altre decine di associazioni - all’iniziativa dell’avv. Paola Tomarelli, che scriveva al Presidente la lettera che trovate allegata a margine dell'articolo.
Comica, per alcuni versi, e scandalosa, per altri, la risposta della Dr.ssa Zincone, responsabile per il Quirinale dei problemi per la coesione sociale. 
L'avv. Tomarelli ha puntualmente replicato - non senza ironizzare sulla risposta "cumulativa" della Zincone a due perfetti sconosciuti - ma è ancora in attesa di risposta. Non è dato di sapere se la prof. Zincone si sia dimenticata di rispondere, o più semplicemente eviti di controbattere poiché non è in grado di farlo con argomenti validi, o stia aspettando altre lettere sull'argomento per risparmiare sulla carta intestata del Quirinale.
In attesa della risposta che probabilmente non arriverà mai, è arrivata la sentenza di primo grado per l’aggressione all’avvocato Annibali: 20 a Luca Varani in qualità di mandante, 14 anni agli esecutori. Riconosciuti inoltre a Lucia Annibali 800.000 € di provvisionale.
E William?
La stampa non è imparziale, la tv non è imparziale, il Quirinale non è imparziale, possiamo sperare che almeno la giustizia lo sia?
Nemmeno per sogno, poveri illusi!
L’agguato a William Pezzullo ha avuto esiti clamorosamente diversi rispetto al caso Annibali: 10 anni a Elena Perotti e Dario Bartelli.
La metà esatta.
Eppure la Perotti ha diverse aggravanti rispetto a Varani: lui ha commissionato l’aggressione ma non vi ha preso parte, lei oltre ad averla organizzata l’ha anche materialmente eseguita.
Varani ha - involontariamente, dice lui - causato danni estetici e psicologici gravissimi, ma almeno non ha menomato le funzioni vitali di Lucia, fortunatamente non l’ha resa invalida.
La tesi difensiva sostiene che Varani abbia commissionato solamente un’azione intimidatoria, degenerata in lesioni permanenti senza una reale volontà del mandante.
Ovviamente non gli ha creduto nessuno.
Il Tribunale ha riconosciuto che, pur se indirettamente, Varani ha causato alla vittima danni permanenti che avrebbero anche potuto avere esiti peggiori. 
La pena quindi deriva dal reato contestato: nulla esclude che Lucia avrebbe anche potuto restare uccisa, pertanto il capo d’imputazione è tentato omicidio.
Elena Perotti ha causato nella propria vittima danni fisici e psicologici estremamente più gravi di quelli subiti dalla vittima di Luca Varani, eppure non era imputata di tentato omicidio.
Abbiamo già visto come non si sia limitata a commissionare l’aggressione: il processo ha accertato che è stata lei, mentre il complice immobilizzava la vittima, a versare l’acido sul viso e sul corpo di William.
La pena dimezzata deriva dal capo di imputazione più blando rispetto al tentato omicidio.
Il Tribunale - evidentemente - è certo che William non avrebbe potuto subire nulla di diverso da ciò che ha subito, è certo che non avrebbe potuto restare ucciso, è certo che Elena non aveva la volontà di uccidere. Ecco perché la Perotti è riuscita a sgusciare via dall’imputazione di tentato omicidio ed è stata condannata per lesioni.
Nulla di imprevedibile, quale sarebbe stato lo sviluppo del processo si è intuito da subito.
Già da tempo la madre di William aveva anticipato l’intenzione del PM di edulcorare il capo d’imputazione; alla richiesta del legale di parte di configurare il tentato omicidio aveva risposto testualmente: “....ma cosa dice, non vorremmo mica costruire un mostro?”.
Guanto di velluto anche per le modalità di espiazione della pena: la madre di William ci riferisce che Elena Perotti non è in carcere, sta effettuando un percorso di recupero presso una comunità gestita da suore, insieme ad altri ospiti da recuperare psicologicamente per motivi diversi, tossicodipendenza ed altro.
Oggi William come sta? Che danni ha riportato, quali sono le conseguenza dell’agguato?
La fonte è ancora Fiorella Grossi, la madre di William; è l’unico modo per avere notizie vista la perdurante indifferenza mediatica. Nel corso dell’ultima telefonata, lunedì 31 marzo, la signora Fiorella dichiarava: “ William non migliora affatto, anzi sta peggiorando, siamo disperati. Un occhio era perso del tutto ma almeno con l’altro riusciva a distinguere delle ombre, dei movimenti. Ora non vede più nulla, l’hanno operato più volte ma fino ad oggi non sono riusciti a recuperarlo. Anche la plastica ricostruttiva non riesce ad ottenere risultati; lo abbiamo portato in parecchi altri ospedali, anche a Torino dove hanno provato a ricostruire muscoli e tessuti del collo, ma sta peggio di prima. William ha penato tre mesi prima di uscire dal reparto di terapia intensiva, non erano sicuri di salvargli la vita. Ora sono 16 mesi che è chiuso in casa, usciamo solo per portarlo in qualche ospedale o da qualche specialista. Il morale è  a pezzi, non è autosufficiente, non lo sarà mai più, è questo l’aspetto più drammatico”.
Le chiediamo se sia stato riconosciuto qualche risarcimento per i danni subiti. “....I soldi? Quali soldi? È giusto che a Lucia abbiano dato 800.000, ma al mio William fino ad oggi nemmeno un centesimo. Parlavano di una casa dal valore di 53.000 euro, ma alla fine non gli danno nemmeno quelli perché mi pare di aver capito che c’è un pignoramento e il primo creditore è la banca. Comunque di queste cose capisco poco e mi interessano ancora meno, al primo posto ci sono la dignità e la salute e l’autonomia che hanno rubato a William”.
Insomma, sotto tutti gli aspetti due pesi e due misure, ormai uno standard nei nostri tribunali.
Quante volte lo abbiamo scritto sulle pagine di Adiantum?
Quante volte ancora lo scriveremo, prima di poter pensare di nuovo ad una Giustizia con la G maiuscola?
E' inaccettabile che due delitti sulla persona, simili sia nel movente che nell'esecuzione (ma quello in cui è stato vittima William ha avuto conseguenze fisiche ancora più gravi), vengano "interpretati" a seconda del sesso dell'autore e alle vittime venga riconosciuta, simmetricamente, differente dignità a seconda del loro genere.  
E' altrettanto inaccettabile che, sempre a seconda del proprio sesso, chi commette un tentato omicidio sa di poter farla franca all'ombra di un chiostro benedetto da Dio.
ADIANTUM chiede - lo farà certamente nei prossimi giorni - l'invio di ispettori dal Ministero di Giustizia e un esame del caso dal Dipartimento Pari Opportunità.
Al presidente Napolitano si chiederà di riconoscere al nostro William il suo alto patrocinio, così come ha fatto con la Annibali.
Che piaccia o no alla Zincone.

http://www.adiantum.it/public/3532-william-pezzullo-e-lucia-annibali--vittime-di-uno-stesso-reato,-ma-per-il-quirinale-conta-il-genere.asp

venerdì 9 gennaio 2015

L'ideologia misandrica in difesa di Veronica Panariello

L’ideologia misandrica in difesa di Veronica Panarello

sul caso del povero Loris, incuriosisce la posizione del sito bettirossa.com 

"Continua la vivisezione mediatica su Veronica Panarello che ormai è diventato l’argomento principe di tutti i programmi d’informazione e i talk show televisivi (…) Un sostegno mediatico capace di fare a pezzi simbolicamente e materialmente una persona nel momento in cui decide che di quel corpo di madre degenere potrà farne un uso lucroso, alzando lo share (e quindi guadagno) grazie a novelli roghi costruiti sulla piazza mediatica che hanno come spettatori e spettatrici milioni di persone pronte a nutrirsi dei pezzi di quel corpo reietto e malvagio: come se la condanna simbolica di quella strega fosse così introiettata da non poter essere messa neanche in discussione anche se, per il momento, la fase del giudizio è ancora preliminare"
Caspita, che enfasi contro i giudizi affrettati in TV!
Condivido in pieno. Peccato che l’enfasi bettirossiana abbia il difetto di essere unidirezionale.
Dov’era bettirossa quando lo sciacallaggio mediatico faceva a pezzi Filippo Pappalardi, il padre dei fratellini Ciccio e Tore caduti nel pozzo a Gravina di Puglia?
Non si riusciva a trovare un colpevole, quindi è partito l’accanimento contro il più classico dei capri espiatori, il padre.
I giornalisti prima e i magistrati poi lo hanno inchiodato ai propri incrollabili pregiudizi misandrici, in galera senza lo straccio di una prova: uomo, separato e pure antipatico, il colpevole ideale.
Provi a trovare le prove che non è stato lui, provi - se ci riesce - a salvarsi dal granitico impianto accusatorio fondato sull’ideologia.
I brillanti inquirenti avevano risolto il caso, il “mostro” era dietro le sbarre, giornali e TV avevano un colpevole da crocifiggere.
Restava solo il dettaglio di trovare i corpicini; il dubbio non era SE li avesse uccisi il padre, questa ormai era una certezza; l’unico dubbio era dove quel criminale potesse averli nascosti.
Quattro mesi di abbuffata mediatica, dal novembre 2007 al febbraio 2008: unità cinofile in giro nei boschi, sub nei canali e nelle grotte, elicotteri a sorvolare gole e scarpate, battute a tappeto in mezza provincia di Bari, interviste alle autorità.
Il Procuratore Emilio Marzano: “passiamo la zona al pettine fino, li troveremo”.
Il Questore Vincenzo Maria Speranza: “li cerchiamo anche in Romania, non scartiamo nessuna pista”.
Poi, per caso, un altro ragazzino cade in un buco a 50 metri dal centro di Gravina e trova i resti di Ciccio e Tore.
Erano li, ad un passo da casa.
Potevano essere salvati, questo è l’elemento agghiacciante che emerge dall’esame dei poveri resti: sono morti di freddo e di fame, “morte lenta” battono le agenzie.
Scivolati in un labirinto di cisterne abbandonate, un luogo formalmente proibito ma in pratica accessibile a tutti, un sito pericoloso che dovrebbe essere messo in sicurezza ma non lo è.
I ragazzini della zona ci andavano a giocare abitualmente, lo sapevano tutti.
Ma Ciccio e Tore erano dove nessuno li ha cercati, non ne valeva la pena, erano tutti sicuri che fossero già stati ammazzati dal padre e nascosti lontano, non sotto casa.
I fratellini Pappalardi , prima ancora del padre Filippo, sono le vere vittime del pregiudizio antipaterno che ha reso miopi gli inquirenti.
Come mai non si è indignata la bettirossa?
Era distratta e non ha letto un giornale per mesi, o non si è indignata perchè il caso non si prestava alla crociata contro il sistema maschilista?

"la mannaia del boia che deve fare a pezzi chi trasgredisce l’ordine simbolico (maschile) costituito"

Riecco il tormentone, non se ne può più !
La bettirossa vede complotti maschilisti ovunque, è un’ossessione.
Vorrebbe dirci che la povera Veronica è sotto i riflettori inquantodonna, se Loris lo avesse ammazzato il padre nessuna testata avrebbe mantenuto gli inviati sul posto?

"Un trattamento che dimostra come alla base ci sia una disparità basata sul genere"

Certo, la gogna mediatica dimostra una disparità di genere.
Inequivocabilmente, aggiungerei.
Infatti è un trattamento riservato a Veronica, non è mai successo che un uomo sia stato spellato vivo in tv prima che si pronunciasse un tribunale.
Bruzzone, Palombelli, D’Urso & C. lo ripetono chiaramente da anni: sono disponibili se si rimesta nel torbido per le donne che ammazzano; quando invece si parla di uomini che ammazzano preferiscono evitare le telecamere.
Ma dove vive la bettirossa, a Paperopoli?
Facciamo una colletta, regaliamole un televisore. 

"comprovata dal fatto che malgrado i padri che uccidono i propri figli siano in un numero nettamente maggiore"

Beh, questa è grossa davvero!
O la bettirossa è disinformata, oppure è in malafede e mente sapendo di mentire.
Volendo propendere per la prima ipotesi, ci piacerebbe aiutarla ad informarsi meglio prima che parta a testa bassa con affermazioni farneticanti.

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Infanticidio e figlicidio sono crimini in larghissima prevalenza femminili, piaccia o meno alla disinformata bettirossa.
Se ne sono occupati negli anni schiere di criminologi, sociologi, psichiatri, antropologi, giornalisti, non sarebbe male documentarsi prima di sparare pregiudizi a vanvera.

"l’infanticidio del piccolo Claudio, buttato giù da Ponte Garibaldi dal padre alle 6 del mattino per vendicarsi della compagna vittima di violenza domestica, un caso che sebbene abbia destato sdegno generale non ha creato lo stesso enorme carrozzone mediatico messo su per Veronica o il caso di Cogne – che è durato anni con presenza mediatica costante e sistematica"
C’è un particolare che forse sfugge alla bettirossa, si chiama “indagini”.
L’assassino di Claudio ha confessato, non è stato necessario ascoltare intercettazioni o ricostruire itinerari con le telecamere per contestargli le incongruenze.
Veronica invece, esattamente come fece Annamaria, si proclama innocente ma fornisce ricostruzioni incompatibili con l’evidenza dei fatti.
Succede sempre, non è difficile da capire: un caso risolto non fa più notizia, quando invece c’è ancora molto da chiarire l’audience sale e i giornalisti non mollano l’osso.
Strategia sicuramente morbosa, ma i palinsesti televisivi rispettano solo la legge degli ascolti
Prova ne sia che oltre ai TG ed alle rodate Chi l’ha Visto?, Pomeriggio 5, Italia sul 2 e Porta a Porta, sono nate ex novo trasmissioni che trattano esclusivamente crimini, come Quarto Grado e Linea Gialla.
Parlano solo di criminalità femminile, oppure dedicano ogni tanto qualche minutino anche alla criminalità maschile?
Tanto per fare un esempio, dov’era la bettirossa quando i media nutrivano l’Italia a pane e Parolisi? E, andando indietro nel tempo, Sollecito, Alessi, Scattone, Ferraro, Chiatti, Vanacore, Pacciani? Questi non “trasgrediscono l’ordine maschile costituito”
Quando i media si tuffano sui crimini commessi da uomini, dove sono il vittimismo da accanimento mediatico maschilista e la “comprovata disparità basata sul genere”?

"Quale peggior stereotipo – portato al suo estremo – è quello che condanna le madri al rogo e concede attenuanti ai padri che sopprimo i propri figli per vendetta contro le donne, se non la cultura che poggia sull’esercizio di un potere maschile che ha alla base il fatto naturale che l’uomo possa disporre della propria famiglia – madri e figli compresi – in quanto pater familias?"
Non ci sono limiti alle interpretazioni strumentali, alla mistificazione ideologica della realtà.
Madri al rogo e attenuanti ai padri? Ma quando?
La cronaca giudiziaria sgretola in un attimo le teorie bettirossiane. 
Forse per un aspetto ha ragione la nostra amica, una certa asimmetria c’è … asimmetria mediatica, ma soprattutto asimmetria valutativa … sempre però (e qui alla bettirossa verrà un attacco di bile) sbilanciata a favore del femminile.

Philip Resnick osserva una netta tendenza a considerare la donna “malata” piuttosto che “assassina”. Nel 68% dei casi le donne finiscono in clinica psichiatrica mentre solo il 27% scontano una pena detentiva in carcere. Per gli uomini la situazione sembra essere invertita, visto che solo il 14% viene inviato in manicomio contro un 72% che viene imprigionato o addirittura condannato a morte[1].
Marks e Krumar dall’analisi del loro campione, in merito alla soppressione dei figli rilevano che le madri vengono mandate in carcere meno frequentemente rispetto ai padri, pur avendo commesso lo stesso reato. Secondo gli autori la motivazione potrebbe essere la percezione che i padri facciano uso di metodi più violenti per commettere il reato. Le percentuali sono 84% dei padri e 19% delle madri puniti con il carcere per figlicidio.
I campioni analizzati da D’Orban e Cheung parlano di percentuali ancora più basse, attorno al 10%, di donne in carcere in seguito ad omicidio di adulti o adolescenti, la maggior parte ottiene la libertà condizionale o va in un ospedale psichiatrico.
Anche Andrei Wilczynsky, docente della Sydney University, sottolinea che la giustizia penale tratta molto diversamente, in ogni fase del processo, le madri che uccidono i loro bambini dai padri che commettono il medesimo reato, seguendo il principio indimostrabile che i padri sarebbero “cattivi” e “normali” mentre le madri sarebbero “pazze” ed “anormali”.


Qualche altro elemento sfuggito alla bettirossa:
1) La donna è la prima vittima del figlicidio, perché il travaglio interiore è talmente lacerante che quando una madre toglie la vita ai figli è come se la togliesse a se stessa (teoria immancabile nei salotti televisivi, saltata fuori anche per Veronica).
Invece per il padre assassino è tutta una goduria, nessun travaglio, nessun dramma interiore, uccide per il piacere di farlo? 
2) L’assassina, in particolar modo quando uccide i figli, è sempre vittima di un sistema sociale/familiare/sanitario che non ha saputo comprendere il suo disagio, capirla, aiutarla (altro tòpos mediatico, anche questo rispolverato per Veronica)
3) Per motivi fin troppo ovvi la depressione post partum costituisce un’attenuante e/o un motivo di impunibilità esclusivamente femminile, come testimoniato da una casistica infinita.
Oppure la bettirossa conosce qualche padre in gravidanza, che se dovesse ammazzare i figli potrebbe anch’egli ottenere una condanna mite o evitare del tutto la galera per depressione post partum?

"La patria potestà del maschio come supremo ordine delle cose, esiste ed è ancora viva e profondamente radicata nella mentalità comune ed è per questo che non ci si rende conto di quanto queste narrazioni siano sbilanciate in quanto specchio di questa struttura patriarcale. Chi comanda a casa è ancora il maschio e quello che succede dietro le mura di casa è un fatto privato dove l’uomo può esercitare il suo potere naturalmente e fino alle estreme conseguenze: come per l’incesto così anche per l’infanticidio"

Notare che la bettirossa, come la narrazione strategica impone, è molto attenta a contrapporre i termini donna e maschio.
Non donna - uomo, non femmina - maschio.
Categoricamente donna e maschio, ove donna ha un’accezione alta e nobile, maschio viene usato come un insulto per identificare l’odiato nemico.
Ecco l’inquinamento ideologico al galoppo: l’uomo che esercita il potere trattato con benevolenza dai media e dalla magistratura, patria potestà del maschio come supremo ordine delle cose, struttura patriarcale, ordine maschile costituito, comprovata disparità basata sul genere. 
Obiettività, questa sconosciuta.
FN

l'articolo integrale della bettirossa
http://bettirossa.com/2014/12/21/la-saga-del-caso-loris-sulle-madri-cattive-che-uccidono-e-i-padri/




[1] Resnick, Marks & Krumar, D’Orban & Cheung: Dall’amore alla distruttività, Alessandra Bramante – Aracne, 2005