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giovedì 24 settembre 2015

Al tribunale di Roma il giudice tutelare non conosce bene il Diritto di Famiglia...

19/08/2014 

Ci troviamo ancora una volta a commentare provvedimenti surreali. 
Non avendo gli strumenti per modificare atti che gridano vendetta, rivendichiamo almeno il diritto di rendere note le bestialità.
Tribunale di Roma: stavolta analizziamo il provvedimento di un giudice tutelare, dopo aver dato spazio alle perle di giudici ordinari e minorili. 
Provando a sintetizzare una vicenda estremamente complessa, diremo solo che una coppia prova per circa due anni ad avere un figlio che non arriva, poi al momento della tanto attesa gravidanza la signora scarica il compagno. 
Ciao, ora non mi servi più.
Su queste pagine non hanno alcuna rilevanza i motivi all’origine della decisione, non ci interessa sostituirci al Tribunale e decidere chi ha torto e chi ragione.
Resta un dato oggettivo: il sig. S.S. è stato da subito tenuto lontano dal figlio, da prima ancora della nascita.
Aspre lotte in tribunale per poter riconoscere il bimbo, poi lotte ancora più aspre per iscriverlo all’anagrafe e potergli dare il cognome: l’opposizione della madre ha ceduto solo di fronte alla prova del DNA,  ma la signora continua ad ostacolare la paternità con ogni stratagemma: prova ne sia che, nonostante tutto, dopo quasi due anni il bimbo ha ancora solo il cognome materno.
Nel gennaio 2014 il Giudice Tutelare emette un decreto che dovrebbe regolare le frequentazioni, ove si legge che la madre consente gli incontri in un bar, un’ora e mezza in un pomeriggio infrasettimanale, non oltre tre ore a domeniche alterne.
Forse il Giudice tutelare si è distratto un attimo, probabilmente non ricorda che le frequentazioni con entrambi i genitori sono un diritto del minore e non la “concessione” di un adulto.
Quanto al bar … com’è noto a migliaia di pediatri, pedagogisti e psicologi dell’età evolutiva, una corposa letteratura scientifica identifica i locali pubblici in generale, ed i bar in particolare, come i luoghi più idonei in cui i bambini possano sviluppare solidi legami genitoriali.
Perché i figli dovrebbero perdere tempo a sviluppare familiarità con entrambi i genitori, le rispettive abitazioni ed i rispettivi ambiti parentali ? Meglio che sviluppino  relazioni significative con uno solo, per l’altro un’oretta al bar è più che sufficiente.
Bambini come minatori gallesi dell’800 a fine turno: la birra al pub, la partita a freccette, le lamentele sulla paga, un’altra birretta e poi tutti a casa. 
La domenica si festeggia: tre ore invece di un’ora e mezza.
Tre ore tutte insieme, che lusso! Ma perché specificare “non oltre tre ore”?
Non è per caso un’aggiunta superflua, una leggerezza che potrebbe lasciare spazio a chi non aspetta altro che inasprire il conflitto con scuse pretestuose? 
Infatti il sig. S.S. inciampa immediatamente nell’ostracismo della ex, che contesta le tre ore e si aggrappa ad un equivoco.  Non oltre potrebbe voler dire 2 ore e 30’, 2 ore, anche solo un’ora … il Giudice Tutelare ha commesso l’errore di specificare il tetto massimo ma non il minimo, lasciandolo a discrezione di chi non vuole altro che costruire ostacoli.
In pratica cosa significa?
È necessario tornare dal Giudice e perdere altro tempo per far correggere la svista:
altri incontri saltati … tanto il figlio mica è del Giudice
altro denaro al vento … tanto gli avvocati mica li paga il Giudice.

Non è finita.
Il bar oltre al caos, alla mancanza di privacy,  all’impossibilità oggettiva di identificare spazi che possano essere percepiti come propri  e/o familiari e/o paterni, ha anche un altro difettuccio: può chiudere.
Per ferie, per ristrutturazione, per fallimento.
E quando il proprietario decide di chiudere, per un periodo o per sempre, nessuno può imporgli di non farlo  altrimenti padre e figlio non potranno più vedersi.
Quindi è necessario tornare ancora una volta dal Giudice per chiedere nuove misure: solito tempo perso, soliti incontri saltati, solito denaro al vento.
Stavolta però il Giudice Tutelare ha un colpo di genio e cambia strategia: evita di stabilire incontri in un luogo diverso dal bar e si dichiara incompetente.

Perché è improvvisamente diventato incompetente?
Ma è ovvio: perché, dice il Giudice, ormai la competenza è dei Servizi Sociali incaricati dal Tribunale per i Minorenni di organizzare incontri tra padre e figlio.
Peccato che entrambi i provvedimenti del Giudice Tutelare (decreto del gennaio 2014, correzione di febbraio 2014) nascano quando già i Servizi Sociali erano stati incaricati da mesi, senza che per questo venisse invocata alcuna incompetenza.
Peccato che i Servizi abbiano ricevuto mandato di valutare la relazione padre-figlio mediante una serie di incontri da stabilire, senza però sostituire il calendario vigente che quindi va mantenuto.
Peccato che i Servizi siano stati incaricati nel novembre 2013 e ad agosto 2014 non abbiano ancora organizzato un solo incontro padre-figlio, accumulando oltre 10 mesi di inerzia totale.
In conclusione, quando la faccenda si complica è buona regola rispolverare il vecchio ma sempre valido Gran Maestro della burocrazia italiana: Ponzio Pilato
Non è compito mio, l’ancora di salvezza sempre a portata di mano.
Non è un caso se invochiamo da anni l’urgenza di un Tribunale Unico per la Famiglia, evitando così che la mano destra non sappia cosa fa la mano sinistra, e nessuna delle due sappia dove stanno andando le gambe.
In questo caso come in altri simili, hanno avuto un ruolo il Tribunale Ordinario, il Tribunale per i Minorenni, la Procura, il Giudice Tutelare, i Servizi Sociali, senza che nessuno  sia riuscito ad individuare uno straccio di soluzione
Non è facile spiegare ai nostri figli che ‘sta baracca è il Sistema che dovrebbe tutelare i loro diritti, ma la forza delle parole e delle idee sono le nostre sole armi, a differenza di alcuni improvvisati guerriglieri che credono di terrorizzare il Sistema urlando proclami minacciosi.
Non è lo stile Adiantum, non è lo stile FeNBi, non è lo stile di chi ha qualcos’altro oltre la rabbia da mettere sul piatto della bilancia.
L’analisi, la dialettica, la logica ed un pizzico d’ironia possono essere armi estremamente utili se sorrette dalla potenza della verità,  e comunque sono le uniche che sappiamo usare.

http://www.adiantum.it/public/3569-al-tribunale-di-roma-il-giudice-tutelare-non-conosce-bene-il-diritto-di-famiglia....asp?pagin=3&ordine=commenti-idComm01-desc

mercoledì 23 settembre 2015

Gentile Presidente Almerighi, non ci sottovaluti, siamo ben documentati

21/02/2011 


All'articolo del 7 febbraio replicava il Presidente del Tribunale di Civitavecchia dr. Mario Almerighi, che si sentiva sotto accusa. In sostanza scrive che la nostra protesta è immotivata perchè hanno solo utilizzato vecchie fotocopie, per risparmiare carta, e poi da quando c'è il condiviso quei moduli non li utilizzano più.
Beh, potevamo non rispondere?

Egregio Presidente Almerighi, la Sua cortese e pacata replica richiede una altrettanto cortese e pacata controreplica. In apertura ci preme dirLe che dalle Sue note emerge una generica sottovalutazione tanto di ADIANTUM quanto di chi firma gli articoli che su tale spazio trovano pubblicazione.
L’inchiesta che stiamo conducendo presso i Tribunali italiani poggia su basi estremamente solide: documenti, atti e modulistica utilizzata nel periodo 4/2006 – 12/2010, vale a dire esclusivamente dopo la pubblicazione della legge 54/06 sulla Gazzetta Ufficiale.
Siamo coscienti di trattare un argomento scomodo: far emergere disservizi e storture giudiziarie potrebbe comportare l’attrito con diversi poteri forti, pertanto sarebbe velleitario – nonché sintomo di fanciullesca ingenuità – gettarsi nell’impresa senza prima aver accumulato ed analizzato una inattaccabile documentazione probatoria. 
Entrando nel merito delle Sue note, pertanto, ci vediamo costretti ad una serena ma ferma contestazione:
  • non è affatto “erroneamente indicata”; la dicitura verbale di comparizione dei coniugi, ma è l’esatta intestazione del documento originale in nostro possesso. L’eventuale errore è addebitabile a chi redige un atto su modulistica inadeguata, non certo a chi si limita a riportarla fedelmente.  È nostro unico interesse citare i fatti, non nutriamo alcun desiderio di alimentare polemiche approfondendo l’eventuale culpa in negligendo, nonché la culpa in vigilando.
  • Non si tratta di un modulo non più in uso dal marzo 2006, bensì di un atto che porta la data del novembre 2007, oltre un anno e mezzo dopo la data nella quale detto modulo avrebbe dovuto, diciamo così, andare in pensione. Non sono pubblicabili per ovvi motivi di privacy, ma qualora fosse utile ad un chiarimento possiamo fornirLe privatamente ulteriori dettagli dell’atto oggetto di discussione: n° di protocollo, estremi delle parti, etc.  Abbiamo inoltre le testimonianze documentali dagli studi di tre legali, due del Foro di Roma ed una del Foro di Civitavecchia, che provano come il modulo “desueto” sia ancora utilizzato in procedimenti del 2009 e del 2010.
  • Lei ricorda, giustamente, come a monte della legge 54/06 il regime di affidamento prevalente fosse quello esclusivo. L’ISTAT infatti - attraverso il modello di raccolta dati M252 - riferisce nel decennio precedente al 2006 percentuali di affido alla madre oscillanti tra un minimo dell’84% ad un massimo del 90%. Ci perdoni, ma non sembra un motivo valido per cancellare la doverosa imparzialità che dovrebbe essere il fulcro attorno al quale si muovono le leve della Giustizia.
 Che la modulistica sia concepita per velocizzare le procedure è un fatto assodato.Ma ci chiediamo e Le chiediamo:
  • anche con riferimento all’impianto normativo ante 2006, ed a maggior ragione con la norma novellata, è possibile prevedere un modulo prestampato che escluda a priori qualunque caso di affido diverso da quello esclusivo alla madre?
  • Quale spreco di tempo comporterebbe scrivere “padre” nello spazio predisposto per le modalità di visita del genitore non affidatario? Oppure, se preferisce, quale risparmio di tempo comporta non doverlo scrivere?
  • Se si trattasse di un risparmio di tempo significativo, concretamente funzionale allo snellimento delle procedure, per quale motivo non è già prevista la dicitura “madre” nello spazio predisposto per il genitore affidatario?
 Sarebbe un mero esercizio polemico metterci a cronometrare, non ci interessa farlo. Qualunque fosse l’esito saremmo nell’ordine dei decimi di secondo, risultato assolutamente ininfluente nell’economia generale dell’iter giudiziario.
Tale risparmio risibile, tuttavia, comporta un dazio altissimo da pagare al principio delle pari opportunità, nonché al concetto di Giustizia intesa come imparzialità ed uguaglianza nei confronti di cittadine e cittadini, previsto dalla Carta Costituzionale.
Eccoci in presenza di un paradosso: il sistema giudiziario, teorico fornitore di certezze e di imparzialità, si classifica come il proprio opposto qualora sia in grado solo di dare “quasi certezze” di ingiustizia: che si sappia di avere il 90% di possibilità di perdere una causa con pesanti ripercussioni psicologiche ed economiche, solo perché padri quindi non appartenenti al genere femminile, è la situazione paradossale che distorce il concetto stesso di “giustizia”.
Chi è in grado di garantire che nessun utente del Tribunale di Civitavecchia, messo di fronte al modulo oggetto del dibattito, abbia mai avuto una percezione di inutilità dell’iter giudiziario tanto i punti fondamentali sono decisi prima ancora di entrare in Tribunale?
Per un aspetto l’unica variabile è quanto deve versare, chi debba farlo è già deciso. Per l’altro aspetto l’unica variabile è strappare mezz’ora in più per vedere i figli, chi viene relegato in un ruolo marginale rispetto alla prole è già deciso.
Ci perdoni, Presidente, ma a nostro parere utilizzare moduli prestampati che non lasciano alcuna alternativa in merito a chi debba rispettare un regime di visita e versare un assegno è, oggi, un’aperta violazione della norma, ma lo era anche prima della norma novellata.
Il modulo, inoltre, sembra essere inquinato da un’ipocrisia di fondo in quanto si preoccupa di fingere un’imparzialità formale al momento di stabilire il genitore cui affidare i figli. Vi è uno spazio vuoto, da riempire con un deplorevole spreco di tempo: chi potrà mai essere il genitore affidatario, in un modulo prestampato che già prevede il padre come non affidatario ?
È inutile essere leziosi, tralasciamo la disamina meticolosa del modulo e proponiamo una riflessione imposta semplicemente dall’onestà intellettuale. La palese discriminazione della quale trasuda il modulo, a prescindere dal fatto che sia stato utilizzato prima o dopo marzo 2006, solleva legittimi dubbi: 
  • si tratta di un serio tentativo di economizzare tempo ?
  • si tratta di veniali errori di distrazione nel predisporre un modulo extra legem ?
  • si tratta di un lapsus, involontaria ratifica di una consuetudine consolidata ?
  • o piuttosto non c’è alcun errore, in quanto il modulo riflette una precisa forma mentis di chi è chiamato a compilarlo ?
Quante volte queste domande possono aver circolato fra migliaia di avvocati, consulenti, psicologhe, assistenti sociali e genitori che visionano gli atti ?
Non serve nemmeno arroccarsi sul tentativo di “evitare sprechi di carta”…Sarebbe sufficiente ammettere: “grazie della segnalazione, probabilmente per una svista sono stati utilizzati moduli inadeguati e discriminanti, controlleremo meglio e cercheremo di evitare il reiterarsi della discriminazione”.
Solo gli ignavi non sbagliano mai, chi lavora duramente è soggetto al rischio della disattenzione.
Quanto alla percentuale altissima di affidamento condiviso disposto dal Suo Tribunale, non possiamo che congratularci.  
Resta da verificare l’effettivo contenuto dei provvedimenti: altro problema emergente, oggetto di ulteriore  approfondimento in corso, è la consuetudine in diversi Tribunali di affiggere l’etichetta di affidamento condiviso su misure patrimoniali e relazionali riferibili alla giurisprudenza ante 2006.
Affido esclusivo: casa e assegno alla madre, due pomeriggi a settimana e due domeniche al mese.
Affido condiviso: casa e assegno alla madre, due pomeriggi a settimana e due domeniche al mese.
Sicuramente il Tribunale di Civitavecchia avrà saputo eccellere, non solo dal punto di vista quantitativo ma anche e soprattutto qualitativo, ma visto l’andazzo del resto dell’Italia ci permettiamo di essere un po’ dubbiosi.
In conclusione, Egr. Presidente Almerighi, proviamo a fare chiarezza. La nostra inchiesta è a largo raggio, senza alcuna intenzione di additare il Tribunale di Civitavecchia come capro espiatorio per tutti i mali d’Italia.
Il titolo dell’articolo può prestarsi a diverse interpretazioni, ci duole pensare che “lo scandalo partedal Tribunale di Civitavecchia” abbia lasciato in Lei l’impressione del dito accusatore puntato contro l’origine del problema. Invece il Tribunale di Civitavecchia è solo uno dei casi presi in esame, non il più grave e nemmeno il più rilevante come bacino d’utenza.
Ben altre storture stanno emergendo, quindi ci preme rappresentarLe il nostro rammarico qualora avesse avuto l’impressione di essere oggetto di particolare accanimento; lungi dalle intenzioni dell’inchiesta un’accusa specifica alla Sua persona o alla struttura da Lei diretta. Il problema ha contorni molto più vasti, e dall’analisi critica, approfondita e documentata, sono emerse e stanno ancora emergendo diverse falle nell’intero sistema, da Aosta a Palermo; anomalie che alimentano la sfiducia della cittadinanza nei confronti della Giustizia Familiare, problema peraltro sollevato anche nel corso di diverse inaugurazioni dell’anno giudiziario.
Certi della Sua buona fede, a dimostrazione del reale obiettivo dell’inchiesta - che non può essere una sterile denuncia fine a se stessa ma deve prevedere una fase propositiva - avanziamo una proposta concreta. Allo scopo di offrire un miglior servizio alla cittadinanza, cercando di eliminare o almeno ridurre al minimo sviste, distrazioni, superficialità e discriminazioni, non sarebbe il caso di prevedere una modulistica unica, uniformata ad un modello di fonte ministeriale, tale da evitare iniziative disomogenee dei singoli Tribunali ?
Un’iniziativa a costo zero, di semplice e veloce realizzazione e di altrettanto semplice diffusione capillare.
Saremmo orgogliosi se volesse affiancarci in una richiesta ufficiale in tal senso, eventualmente anche coinvolgendo altri Suoi colleghi da altri Tribunali italiani. 

http://www.adiantum.it/public/2189-gentile-presidente-almerighi,-non-ci-sottovaluti,-siamo-ben-documentati.asp

Moduli predisposti per il falso condiviso. Lo scandalo parte dal tribunale di Civitavecchia


07/02/2011


Carissimi Mara ed Angelino, forse vi siete distratti un attimo, ma qui le cose continuano a non andare per il verso giusto...Innanzitutto permetteteci di chiamarvi con il vostro nome di battesimo: la confidenzialità non vuole essere un gesto arrogante, ma solo il segnale affettuoso della stima che nutriamo per il fondamentale operato dei Ministeri da voi diretti.

Intendevamo ricordare come i concetti di "Giustizia" e "Pari Opportunità", secondo cittadine e cittadini italiani, sembra proprio debbano essere abbinati a contenuti di alto profilo.
Dopo aver avuto accesso ad un minimo di documentazione, bisogna riconoscere alla cittadinanza una profonda ragione: anche secondo il Dizionario Enciclopedico Garzanti, infatti, alla definizione “giustizia” troviamo: …dal latino justitia che a sua volta deriva da justus, "giusto", e questo da jus, “diritto”.
Scomodando la Carta Costituzionale, la voce “pari opportunità” è contemplata agli artt. 3, 37, 51 e 117, ove tra l’altro si legge: art. 3) Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, (…) È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli (…).art. 37) (…) la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini (…).
Alla luce di simili contenuti di alto profilo, unanimemente riconosciuti ed apprezzati, appare curioso ciò che accade all’interno dei Tribunali italiani. Per quanto riguarda separazioni e divorzi, infatti, i più elementari principi di “giustizia” e “pari opportunità” vengono quotidianamente disattesi. Senza prendere in considerazione la discrezionalità della magistratura, sempre opinabile nonché recente oggetto di aspre polemiche, qui si fa riferimento ad un dato oggettivo ed incontestabile quale la modulistica in uso. Per un iter separativo si compilano moduli standard - elaborati dagli stessi tribunali - allo scopo di velocizzare le procedure. Ogni sede può avere una sua modulistica: i prestampati non si rifanno ad un modello unico.
Abbiamo raccolto una corposa documentazione, dalla quale emerge una singolare faziosità che abbatte con la scure il concetto stesso di imparzialità, fondamento imprescindibile tanto della Giustizia quanto delle Pari Opportunità. Un solo esempio, fra i tanti raccolti in archivio:
Il Tribunale Ordinario di Civitavecchia (RM) prevede un verbale di comparizione dei coniugi così strutturato:

"il Presidente, dato atto di quanto sopra, decide in via provvisoria:
  1. autorizza i coniugi a vivere separati;
  2. affida la casa coniugale al ____________ con la facoltà per ____________ di prelevare gli effetti personali entro trenta giorni da oggi;
  3. affida il minore alla ____________ con facoltà per il padre di vederlo e tenerlo con se(modalità da specificare) .......................................................
  4. stabilisce che il marito versi alla moglie, per il mantenimento della stessa e dei figli, la somma mensile di _______________ , valutabile secondo gli indici ISTAT, da versare entro… etc.
Impossibile non constatare la macroscopica ipocrisia di fondo: mentre al punto 2) ci si preoccupa di mantenere una imparzialità almeno formale, al punto immediatamente successivo (il n. 3) l’imparzialità di facciata si sgretola miseramente, lasciando emergere come in realtà le decisioni siano standardizzate, prese ancor prima di istruire il procedimento.  
Al punto 2) infatti sono previsti degli spazi vuoti in corrispondenza della voce “affidamento della casa coniugale” ed in corrispondenza dell’altro coniuge che se ne deve allontanare. In realtà il termine corretto per l’immobile sarebbe “assegnazione”, ma dai nostri Tribunali non stiamo a pretendere troppa precisione, suvvia !
Quando il giudice assegna la casa alla moglie sarà il marito a prelevare gli effetti personali, e viceversa. Nessuna decisione preconfezionata, almeno apparentemente i concetti di “giustizia”e “pari opportunità” non vengono distrutti.
A punto 3) c’è un bivio: inizialmente si continua a fingere imparzialità, seppure con un piccolo lapsus.
Persiste infatti lo spazio vuoto, lasciando credere che il giudice possa riempirlo come la circostanza richiederà; in realtà la preposizione articolata “della” lascia aperte solo opzioni al femminile, vale a dire che il giudice potrà scrivere “madre”, “nonna” o “zia”, non certo della padre, speriamo concorderete.  
Si tratta di un mero errore di battitura, magari ciclostilato migliaia di volte e mai riscontrato da nessun giudice, nemmeno compilando separazioni per anni ?
No di sicuro, infatti lo stesso punto 3) prosegue dipanando la matassa, senza più lasciare spazio al dubbio. Infatti dopo l’ingannevole spazio vuoto per lasciar credere che decida il giudice, caso per caso, a chi vada affidata la prole, emerge prepotente la chiusura definitiva: è il padre che ha un diritto di visita regolamentato.
Non c’è alcuno spazio da riempire, per il modulo del Tribunale di Civitavecchia è sempre e solo il padre a dover vedere i propri figli con il timer. Ergo, non è previsto che sia il genitore affidatario, o "collocatario" in regime di (falso) affido condiviso.
Il preconcetto discriminatorio, in un crescendo armonico perfezionato da una cesura perfetta, viene ulteriormente rafforzato al punto 4), ove risulta evidente che non esistono spazi da riempire al momento di stabilire le misure economiche.
Lui versa e lei riscuote, punto. Non è prevista una casistica differenziata, non è previsto che la moglie possa avere un reddito triplo rispetto al marito, non è previsto che lui possa essere un dipendente del suocero, possa aver perso il lavoro, essere in cassa integrazione, iscritto alle liste di collocamento o altro.
Casi estremamente concreti, in Tribunale possono ignorarli ?
La normativa prevede che l’assegno perequativo venga erogato “ove necessario”, per il modulo utilizzato a Civitavecchia “ove necessario” si è trasformato in “sempre”. Ovvio, visto che l’intero modulo è palesemente inquinato da una discriminazione di fondo.
Ripetiamo, si tratta solo di un esempio. In archivio abbiamo altre aperte violazioni della norma vigente, dal genitore “collocatario”  al “mantenimento del tenore di vita”, e presto saranno oggetto di denunce adeguate.
In conclusione è lecito chiedersi come, visti i presupposti macroscopicamente vessatori, un genitore possa avvicinarsi al Tribunale sperando di trovarvi imparzialità, giustizia e pari opportunità.
Carissimi Mara ed Angelino, non potete tollerare simili violazioni dei più elementari principi ai quali si conformano i vostri stessi mandati istituzionali.
Sicuramente vi siete distratti, giusto un attimo.....

http://www.adiantum.it/public/2128-moduli-predisposti-per-il-falso-condiviso.-lo-scandalo-parte-dal-tribunale-di-civitavecchia.asp


Al tribunale dei minori di Roma conta solo limitare la frequenza con i figli

13/11/2013 

Ci risiamo. 
Il principio di bigenitorialità proprio non riesce ad entrare nel Tribunale per i Minorenni di Roma. 
Rimane una chimera voluta dal Legislatore e dal Parlamento nel 2006, al momento di varare la norma dell’affidamento condiviso.
O meglio, seppure il principio entri formalmente in Tribunale, nella sostanza troppi magistrati non riescono ad affrancarsi dalla consuetudine consolidata di comprimere l’accesso ai figli per la figura paterna.
Sembra essere qualcosa di febbrile, un pregiudizio culturale impossibile da estirpare, l’accanimento ossessivo che si legge tra le pieghe dei provvedimenti è “limitare il padre”.
Limitare sempre, limitare comunque, limitare appena se ne presenta l’occasione.
Limitare le cene con i figli, limitare gli incontri nel numero  e nella durata, limitare i pernottamenti,  limitare le vacanze, limitare persino le telefonate.
Cosi la presa per i fondelli dello pseudocondiviso si trasforma nella parodia di se stesso: tra una sforbiciata ai weekend e una rasoiata alle vacanze, impera sovrana la restaurazione dell’affido esclusivo travestito da bigenitorialità.
Le tattiche di aggiramento della riforma le conosciamo tutti fin nei minimi dettagli, le denunciamo da anni con dovizia di particolari, approfondiamo decreti e sentenze che gridano vendetta, estraiamo una casistica reale che smentisce clamorosamente le idilliache statistiche ISTAT, analizziamo le strategie utilizzate per mascherare da condiviso ciò che condiviso non è .
Però predichiamo nel deserto, tanto non cambia nulla.
Non ci resta che evidenziare ciò che i Tribunali tentano di spacciare per “condiviso”,  mostrando pubblicamente le perle di Diritto che dispensano a piene mani.
L’ultima chicca di cui abbiamo notizia è del TdM di Roma, che si accanisce ad erogare misure gravemente penalizzanti per il padre, preoccupandosi però di spacciarle per affido condiviso. E' del giudice De Biase, andato in pensione subito dopo questa sentenza (fortunatamente per i futuri separandi, sfortunatamente, per chi ha subito questa ultima perla di giurisprudenza)
Il Tribunale sembra partire bene


Poi però arrivano le solite storture.
Quello che nominalmente risulta essere un condiviso, si trasforma nell’immancabile presa in giro: un pomeriggio a settimana e un weekend al mese


Limitiamolo questo padre, e che diamine!
Alcuni particolari non da poco: i genitori vivono in città diverse, la madre si è trasferita da Parma a Roma dopo la separazione (col bimbo, ça va sans dire), formulando le solite accuse (maltrattamenti, ça va sans dire), che si sono dimostrate inventate (archiviazione, ça va sans dire).
Un copione già visto.
Due città diverse rendono difficile avere più di un pomeriggio a settimana, ma questa restrizione obbligata – imposta da un genitore e subita dall’altro – dovrebbe almeno comportare una sorta di compensazione, consentendo al bambino di trascorrere col genitore che vive lontano la maggior parte del tempo libero dagli obblighi scolastici. 
Invece questi che fanno?
Limitare, limitare, limitare
Quindi ecco che sfoderano tre giorni a Natale, quando quest’anno le scuole saranno chiuse per 16 giorni dal 22 dicembre al 6 gennaio.
Sarebbe una bestialità 8 giorni con ciascun genitore?
Ma nooo, limitare, limitare, limitare … poi c’è il rischio che salti fuori la solita storia di Salomone per cui i bimbi non vanno divisi a metà.
Ok, allora sarebbe una bestialità 7 giorni col padre e 9 con la madre, così è garantito il ruolo prevalente tanto caro ai nostri giudici?
Ma nooo, limitare, limitare, limitare! Tre bei giorni, che vuoi di più?
Così la metà del tempo la passano in macchina, per andare e tornare dalla provincia di Brindisi.
Già, perché il padre che lavora a Parma è di origine pugliese e vorrebbe - pensa un po’ la sfrontatezza - che ogni tanto, magari in occasione delle feste, il figlio vedesse anche nonni, zii e cuginetti del ramo paterno.
Ok, gli danno tre giorni … parte da Parma, passa a Roma a prendere il figlio e poi raggiunge Francavilla Fontana … se non trova traffico o file al casello, se il bambino non ha bisogno di fermarsi più di 2 volte per fare pipì, se non trova incidenti o deviazioni per lavori in corso se la cava con 11/12 ore all’andata ed altrettante al ritorno, che vuole di più? Un intero giorno perso per strada, ma rimangono due giorni pieni.
E sfottono pure, definendoli testualmente “apprezzabili periodi di tempo”.
Che fa ‘sto padre, non apprezza?
Ah vabbé, allora è proprio incontentabile.
A nessuno interessa lo sballottamento del cucciolo, che passa più tempo in macchina che con i parenti?
Però sono tempi apprezzabili, lo dicono loro …. quindi pure il bambino deve apprezzare.
In estate le cose non cambiano:  20 giorni anche non continuativi.
Che vuol dire, 2 spezzoni da 10 gg o possono anche essere 5 spezzoni da 4 gg? E allora perché non 10 spezzoni da 2 gg, così al bambino viene l’esaurimento nervoso e tutta la tredicesima se ne va in benzina e autostrada Parma/Roma/Brindisi?
Sarebbe una bestialità due mesi col padre, visto che il resto dell’anno c’è un monopolio materno?
Ma noooo, limitare, limitare, limitare!
Migliaia di genitori separati che vivono nella stessa città trascorrono d’estate un mese ciascuno con i figli, pur avendo frequentazioni infrasettimanali libere dai vincoli della distanza. 
Per questo padre un mese come tutti gli altri, era troppo?
Ma noooo, limitare, limitare, limitare!
Meglio rosicchiare una decina di giorni, si accontenti di 20 e deve pure essere felice perché c’è scritto che sono tempi apprezzabili.
Che fa, non apprezza?

Vettoruzzo e la finta paura di sbagliare.

30/07/2015 - 15:57

Qualcuno l'ha già definita come "la dichiarazione d'incompetenza" della Magistratura italiana. Laddove per incompetenza, però, si intende l'incapacità manifesta di compiere il proprio ufficio. 
A Treviso il giudice Cristian Vettoruzzo proprio non se l’è sentita di pronunciare una sentenza per paura della nuova legge sulla responsabilità civile, e così ha rinviato tutto alla Corte Costituzionale....

Sbaglia chi crede che il dr. Cristian Vettoruzzo aveva paura di sbagliare: cercava solo un caso che facesse scuola, e l’ha trovato.
È verosimile che l’obiettivo fosse non tanto rifiutarsi di decidere sul merito del caso specifico, quanto mettere in discussione la legge stessa.
Il buon Cristian sembra essere il terminale di una intera scuola di pensiero, la stessa che ha accanitamente tentato di opporsi alla legge sulla responsabilità civile dei magistrati.
La corrente negazionista ha perso in Parlamento ed ora, a legge approvata, cerca di farla annullare dalla Corte Costituzionale. Quindi non solo per le sigarette di contrabbando, ma per tutto.
È la mia opinione, della quale mi assumo ogni responsabilità e relative conseguenze: sarebbe il caso di abituarsi a non fuggire dalle proprie opinioni, diversamente dai vari ponzipilati che abbiamo in Italia.
Forse il giudice di Treviso è particolarmente pavido, forse  cerca una battaglia ideologica, o forse è solo agitato all’idea che qualcuno possa toccargli il portafoglio.
Resta il fatto che, se passasse il vettoruzzo-pensiero, qualsiasi nazione smetterebbe di funzionare.
Potremmo avere migliaia di medici che interrompono le terapie e, nel dubbio di sbagliare valutazione, inviano i pazienti al Ministero della Sanità.
Migliaia di ingegneri che interrompono i lavori e, nel dubbio di sbagliare valutazione, inviano i progetti al Ministero delle Infrastrutture.
Migliaia di professori che interrompono gli esami e, nel dubbio di sbagliare valutazione, inviano gli studenti al MIUR.
La paralisi globale al grido di “io non voglio grane, che siano altri a prendersi la responsabilità”.
Ma il messaggio, sempre a mio parere, è ancora più grave.
Perché un giudice è tanto agitato all’idea di poter sbagliare solo quando pensa di poter essere giudicato per i suoi errori? O meglio, perché ad agitare i sonni del dr. Vettoruzzo è la possibilità di sanzioni, e non la possibilità di commettere errori?
Nulla lo turbava prima della legge sulla responsabilità civile, non ha mai considerato la possibilità di rovinare, a causa di un errore di valutazione, la vita delle persone?
O la ha considerata, ma la cosa non l’ha mai preoccupato poiché sapeva di essere blindato, tanto nessuno gli avrebbe intaccato lo stipendio?
Sembra quasi che alcuni magistrati credessero di essere infallibili, ma hanno capito di essere soggetti - come chiunque altro - all’umana fallacia solo quando una legge dice che potrebbero risarcire i danni causati.
L’errore prescinde dal fatto che venga riconosciuto dalla norma, anche prima era possibile valutare in modo errato fatti, persone, vite … ma nessuno sembra essersene preoccupato.
Chi preferisce non fare il suo lavoro perché ha paura di sbagliare, ma soprattutto di pagare se sbaglia, perché fa il magistrato?
Il concorso in magistratura mica è obbligatorio, ci sono tanti altri mestieri nobili e remunerativi ma con responsabilità meno gravose.
Decidere è il compito fondamentale del giudice, se ne faccia una ragione chiunque la pensi diversamente. Chi ha paura di farlo è meglio che si accomodi fuori e lasci la poltrona a gente meno timorosa.

Ultima ora
La paura di sbagliare è ormai dilagante. Sembra che un autista di bus si sia rifiutato di passare su ponte Matteotti a Roma. Non era sicuro di valutare bene la larghezza della carreggiata, ha fatto scendere tutti ed ha chiesto le misurazioni ai geometri del Comune.
Emergenza in Vaticano: i sacerdoti non confessano più nessuno, per paura di sbagliare valutazione inviano i fedeli direttamente al Santo Padre.
Palinsesti nel caos: per paura di sbagliare valutazione si sono dimessi in blocco i giudici di Sanremo, Italia’s got Talent, X Factor, Amici, The Voice, Guinnes World Record, Forum, l’Isola dei famosi, MasterChef, la Pupa e il Secchione, Pechino Express, i Telegatti, Miss Italia e pure il notaio dei pacchi
Andrà in onda solo Peppa Pig a reti unificate. 

martedì 22 settembre 2015

Non vale indossare la toga, quando sarebbe meglio una tuta da meccanico

10/07/2013

Abbiamo detto e scritto più volte della forzatura sistematica in atto nei nostri Tribunali per non applicare la legge 54/06: abbiamo analizzato per anni e documentato in dettaglio le strategie di aggiramento della norma, abbiamo monitorato decreti e sentenze che del “condiviso” hanno solo il nome, abbiamo raccolto dossier da depositare in Parlamento, abbiamo dimostrato nelle audizioni alla Camera e al Senato la mancata applicazione della legge tradita, abbiamo effettuato ricerche pubblicate su portali e riviste scientifiche, abbiamo elaborato da anni relazioni da presentare in decine e decine di seminari e corsi di formazione per avvocati … 
Conoscendo quindi nei minimi dettagli le dinamiche di autolegittimazione del Sistema, pronto alle più ardite acrobazie dialettiche pur di giustificare il proprio accanimento nel replicare il modello di affidamento esclusivo, dovremmo ormai essere al riparo da ogni sconcerto nell’acquisire nuovi elementi di valutazione.
Non è così: non riusciremo mai ad abituarci alle assurdità che sanno partorire alcuni tribunali.
L’ultima - in ordine di tempo, non certo di assurdità - è dell’aprile 2013. 
Il procedimento non è esaurito, quindi preferiamo alterare i nomi delle persone coinvolte ed omettere gli estremi dei professionisti, per non rendere identificabili le parti ed i rispettivi legali, ne’ il CTU e/o il tribunale competente.
Per ora.
I fatti - si separa una coppia atipica: Anna lavora regolarmente a contratto, Mario saltuariamente in nero. 
Anna e Mario hanno due bambini ed hanno raggiunto questo equilibrio: è il padre che si occupa principalmente dei figli, in assenza della madre impegnata al lavoro.
Si tratta di una scelta obbligata, che dipende dal fallimento della ditta presso la quale Mario era impiegato. 
Ora lavora un paio d’ore al giorno quando capita, ma il suo ruolo domestico è tanto prevalente che la stessa Anna lo definisce “casalingo”.   
Il Giudice non prende atto della situazione, non valuta nel caso di specie quale sia la figura di riferimento per i figli, non decide di conseguenza, non si assume alcuna responsabilità; nomina l’immancabile CTU, delegando ad altri il compito di uniformarsi all’orientamento prevalente che prevede come “migliori” le misure standard: casa, assegno e figli ad un genitore e un mortificante diritto di visita all’altro, quale perfetta replica dell’affido esclusivo.
Il CTU però non si limita a seguire il copione preferito nei nostri tribunali, ma rileva ciò che chiunque - quindi anche lo stesso Giudice - avrebbe potuto rilevare: nella coppia presa in esame i compiti di cura della prole vengono svolti prevalentemente dal padre.
In ragione dell’estrema flessibilità dei suoi lavoretti saltuari, combinata con i turni anche serali e notturni della madre, è Mario ad occuparsi della quotidianità dei figli, dal risveglio ai pasti, dalla scuola alle attività extrascolastiche.
Il CTU infatti nella relazione scrive: 


Ma la conclusione non piace al Giudice, che la stravolge. 
Attendeva dal CTU conclusioni diverse ? 
Sperava in un appiattimento sulle misure standardizzate da decenni ? 
Sperava in una legittimazione dei preconcetti prevalenti? Sperava di essere supportato nel proprio favor per il modello di affido esclusivo?  
Si tratta solo di ipotesi, non è dato di sapere quali fossero le aspettative del Giudice al momento di chiedere il parere tecnico. 
Resta il fatto - incontestabile - che ignora le indicazioni del CTU e ne stravolge le conclusioni. L’ordinanza recita infatti:


Che scandalo inaccettabile, i figli conviventi col padre ! In costanza di matrimonio è una realtà consolidata all’interno di questa coppia, lo scandalo è che possa accadere anche in caso di separazione. 
Al Giudice proprio non va giù, deve trovare una motivazione per gettare alle ortiche le conclusioni del CTU. 
Eccola:


Fenomenale davvero! 
La collocazione dei figli presso il padre penalizzerebbe la madre, quindi per dirla col Manzoni “non s’ha da fare”. Poco importa che sia positiva per l’equilibrio dei figli, poco importa che garantisca continuità in quanto è Mario il genitore di riferimento quotidiano, poco importa che i principi di stabilità sia emotiva che di vita siano legati alla figura paterna, poco importa che la madre sia oggettivamente impossibilitata ad occuparsi dei figli in misura uguale a ciò che oggi fa il padre …
La forma mentis della maggior parte dei Giudici è arroccata sull’inscindibilità del binomio madre-figli, migliore sempre, migliore ovunque, migliore a prescindere dalle caratteristiche individuali e di coppia delle parti, migliore anche negando l’oggettività dei fatti, migliore per postulato. 
Non riuscendo a liberarsi da preconcetti tanto radicati, troppi Giudici si dimostrano creativi nel rispolverare motivazioni dozzinali o coniarne di nuove, al solo scopo di giustificare misure preconfezionate.
Infatti, come abbiamo quintali di ordinanze farcite da “i bambini non sono pacchi postali” e “non è importante la quantità ma la qualità del tempo trascorso con i figli”,  ecco che abbiamo anche “dandoli al padre verrebbe penalizzata la madre”.
In spregio del superiore interesse del minore.
Poi, con la sua ordinanza....voilà, giustizia è fatta!
L’approccio del Giudice è sbagliato, grossolanamente sbagliato: il diritto di famiglia non considera un premio il collocamento della prole e, allo stesso modo, non considera una penalizzazione il mancato collocamento.
Il focus è sul diritto del minore, non sulla gratificazione dei genitori.
Può un Giudice ignorare questo principio fondamentale?
Vorremmo porre all’illuminato Giudice una serie di domande, ma sappiamo che dall’alto della sua torre d’avorio non risponderà mai.
Non deve essere penalizzato chi è fuori casa per lavoro.
Ok, ma il principio è simmetrico o unidirezionale? Vale cioè sia per una lavoratrice che per un lavoratore? 
A ruoli invertiti, cosa accade? È in grado il Giudice di citare un suo provvedimento che colloca i figli presso il padre con la motivazione “per non penalizzarlo del fatto che lavora e non può occuparsi stabilmente dei figli”?
L’ordinanza, anche nelle motivazioni, sembra conformata più ad un eccesso di scrupolosa garanzia per i privilegi di un genitore che non al rispetto delle reali esigenze della prole.
Che fine fa il diritto dell’infanzia alla stabilità, privando i bambini di quella che attualmente è la figura genitoriale di riferimento? 
Ancora: le frequentazioni padre-figli sono stabilite in maniera apparentemente ampia, ma concretamente aleatoria.
La formula “quando vorrà, previo accordo” è quanto di più rischioso possa esistere, ne è a conoscenza il Giudice? 
È sufficiente che non ci sia accordo su date ed orari,  ed ecco che quando vorrà si trasforma in mai.
Si tratta di una strategia ben rodata, messa in atto da chi vuole consumare vendette, chi tende ad escludere un genitore dalla vita dei figli ed aspira a fare degli stessi una proprietà esclusiva.
È a conoscenza il Giudice della casistica relativa agli attriti generati dal previo accordo?  
Sa che con tale formula conferisce una sorta di diritto di veto al genitore convivente con la prole? 
Per quale motivo non essere imparziali scrivendo previa comunicazione?
Un genitore comunica all’altro che prenderà i figli, punto. Nulla di imprevisto, nulla di destabilizzante, si tratta di una consuetudine che verrà reiterata centinaia di volte negli anni a venire. 
L’imprevisto semmai è la comunicazione che è impossibilitato a prenderli perché ha 39 di febbre, perché ha avuto un incidente o altro.
Non è costretto a chiedere il permesso cercando un accordo, avviando ogni volta una trattativa su mezz’ora in più o mezz’ora in meno, chiedendo accesso a chi si considera proprietario della prole.   
È a conoscenza il Giudice che subordinando ogni volta le frequentazioni al raggiungimento di un accordo crea un potenziale focolaio di conflittualità? 
Sa che con tale formula rafforza l’asimmetria tra genitore prevalente e genitore marginale? 
Uno che è costretto a chiedere e l’altro che decide se, quando e come concedere, restaurando esattamente ciò che il Legislatore intendeva eliminare con la novella del 2006.
Frequentazioni significative e costanti sono un diritto dei minori, non degli adulti.
Subordinarle ad un accordo tra le parti confligge con la stessa ratio del principio di bigenitorialità.
Altra osservazione sulle spese extra che un genitore dovrebbe versare all’altro nella misura del 50%.
Si tratta dell’ennesima stortura generata dal favor per il modello di affido esclusivo, dal quale il condiviso finge di discostarsi.
Cosa impedisce che anche il genitore non coabitante possa (o debba?) affrontare delle spese per far fronte ai bisogni dei figli? Cosa impedisce che possa farlo in prima persona, senza essere obbligato a delegare al genitore prevalente i compiti di cura?
Un bambino frequenta la palestra di pallavolo; è il padre che ne cura tutti gli aspetti, dal pagamento della retta mensile, all’accompagnamento agli allenamenti, all’acquisto dell’attrezzatura necessaria.
Capita l’imprevisto di un piccolo infortunio, una caviglia appoggiata male e arriva la distorsione. Il fisioterapista consiglia l’applicazione di un gel e l’utilizzo di un tutore per 20 gg.
È libero il padre di entrare in farmacia ed acquistare il tutore, o è obbligato a delegare la madre? E soprattutto, ha diritto a chiedere un rimborso pari al 50% delle spese sostenute?
Se la spesa non coperta dal SSN viene effettuata dalla madre il padre deve contribuire, questo è previsto dall’ordinanza; ma non è previsto che a ruoli invertiti anche la madre contribuisca.
Due pesi e due misure, un topos nei nostri tribunali.
Qualsiasi spesa extra, anche effettuata nell’esclusivo interesse dei minori, è considerata un regalo se fatta dal genitore non convivente con i figli?
Perché non essere imparziale, scrivendo “ciascun genitore corrisponderà all’altro, etc”, invece di  circoscrivere alla madre il diritto di essere rimborsata? La dicitura faziosa comporta come diretta conseguenza il conferimento alla madre di un ruolo egemone nel soddisfacimento delle esigenze della prole.
Un’altra miopia giudiziaria, dalla quale poi non bisogna stupirsi se nascono attriti.
Ma soprattutto un altro retaggio dell’affido esclusivo, del quale troppi Giudici non riescono proprio a liberarsi.  
Un genitore deve essere prevalente rispetto all’altro, non riescono ad abbandonare questo modello e non riescono ad assimilare il principio di bigenitorialità.  
Poi salta fuori la solita solfa: che possiamo fare, si sa che i genitori sono conflittuali …
L’ipocrisia risiede nel fatto che nessuno vuol vedere l’erogazione di una serie di misure che acuiscono le occasioni di conflittualità, in alcuni casi le creano dal nulla.
Il Sistema si autoalimenta: creando il problema, crea anche il diritto di potersene occupare.
Proponiamo da anni un esperimento: esaminare i casi con i dati oscurati.
Di ogni genitore viene descritto il comportamento nei confronti della prole e dell’altro coniuge, le caratteristiche reddituali, le istanze ed ogni altro dettaglio utile, senza però specificare se si tratti della madre o del padre.
Le decisioni vengono prese su dati oggettivi ed impersonali, eliminando soggettività e pregiudizi di genere.
Solo dopo l’omologa vengono aggiunte le generalità delle parti.
È un esperimento impossibile da realizzare? Forse, ciò non toglie che i risultati sarebbero interessanti.
Siamo sicuri che ogni provvedimento preso nei tribunali Ordinari e per i Minorenni, nelle Corti d’Appello ed in Cassazione, ricalcherebbe fedelmente quanto stabilito dal 2006 ad oggi?
In sostanza, l’imparzialità di giudizio rimane pura o è inquinata da pregiudizi sessisti? 
Nel caso di specie, se il Giudice avesse esaminato gli atti senza conoscere le generalità delle parti, le conclusioni sarebbero state le stesse?
Un genitore lavora stabilmente, con turni che ruotano fra mattutini, pomeridiani e notturni, cosa che gli impedisce oggettivamente di occuparsi della prole in maniera stabile e continuativa; l’altro non ha un impiego stabile e si occupa di tutte le esigenze dei figli, ordinarie e straordinarie.
Secondo logica, oltre che secondo giurisprudenza consolidata, presso quale dei due è meglio collocare i bambini?
Quale Giudice, senza conoscere le generalità delle parti, si arrampicherebbe sugli specchi disponendo la collocazione proprio presso il genitore che non può occuparsi dei figli?
Ma i nomi c’erano, quindi … imparzialità: non pervenuta.
Sorprende l’influenza del pregiudizio che diviene prevalente, in un campo nel quale sarebbe necessaria la massima oggettività.
Il Magistrato come prerequisito imprescindibile deve essere un modello di imparzialità, se non vi riesce non sarebbe meglio che facesse altro?
C’è tanto bisogno di agricoltori, falegnami, elettricisti, idraulici, maestre, infermiere … tutti mestieri più che dignitosi, utili, remunerativi … non è mica obbligatorio entrare in Magistratura quando non si hanno i requisiti di imparzialità indispensabili all’esercizio del mandato.
Perché indossare per forza la toga, quando in certi casi sarebbe meglio una bella tuta da meccanico?
Non serve appellarsi alle figure di Falcone e Borsellino, come immancabilmente viene fatto ogni volta che si prova a sollevare critiche sull’operato di qualche Magistrato.
Come in ogni categoria ci sono gli eroi, è vero, ma ci sono anche le mezze calzette.
La Magistratura annovera sicuramente delle eccellenze, ma anche tante, troppe gravissime incapacità dalle quali sortisce l’effetto di fare a pezzi sia il Diritto che i diritti.
Soprattutto dei minori.

William Pezzullo e Lucia Annibali: vittime di uno stesso reato, ma per il Quirinale conta il genere

01/04/2014 

Nelle aule universitarie non ci hanno insegnato che la Giustizia può essere surreale. 
Poi abbiamo imparato che spesso lo è. 
L’aggressione subita da William Pezzulo, sfregiato con l’acido dalla ex fidanzata che non accettava la fine del rapporto, ne è testimone.
Oggi possiamo dare un aggiornamento di questa storia tutta italiana. Già a novembre 2012 avevamo rilevato l’assordante silenzio sull’episodio: nessuna copertura nazionale da parte di stampa e tv, nessun approfondimento, oscuramento totale non solo nei TG ma anche in quei programmi pomeridiani e serali che fanno audience rimestando nel torbido dei casi di cronaca.
William non interessa a nessuno, il suo dolore e il dolore della sua famiglia non trovano spazio sui media. Non solo, non trovano spazio nemmeno nella considerazione istituzionale.
Il Presidente Napolitano, infatti, ha conferito l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica a Lucia Annibali, anche lei sfregiata dopo aver lasciato il fidanzato.
Il caso Annibali ha avuto enorme risalto mediatico, tanto all’epoca dei fatti quanto il 25 novembre e l’8 marzo in occasione dei ricevimenti al Quirinale. Attenzione istituzionale e mediatica sicuramente dovute ad ogni vittima di violenza; saltava comunque agli occhi la vistosa disparità di considerazione rispetto ad altre vittime aggredite con l’acido, in particolare il solito William dimenticato, trascurato, snobbato da tutti.   
ADIANTUM aderiva - insieme ad altre decine di associazioni - all’iniziativa dell’avv. Paola Tomarelli, che scriveva al Presidente la lettera che trovate allegata a margine dell'articolo.
Comica, per alcuni versi, e scandalosa, per altri, la risposta della Dr.ssa Zincone, responsabile per il Quirinale dei problemi per la coesione sociale. 
L'avv. Tomarelli ha puntualmente replicato - non senza ironizzare sulla risposta "cumulativa" della Zincone a due perfetti sconosciuti - ma è ancora in attesa di risposta. Non è dato di sapere se la prof. Zincone si sia dimenticata di rispondere, o più semplicemente eviti di controbattere poiché non è in grado di farlo con argomenti validi, o stia aspettando altre lettere sull'argomento per risparmiare sulla carta intestata del Quirinale.
In attesa della risposta che probabilmente non arriverà mai, è arrivata la sentenza di primo grado per l’aggressione all’avvocato Annibali: 20 a Luca Varani in qualità di mandante, 14 anni agli esecutori. Riconosciuti inoltre a Lucia Annibali 800.000 € di provvisionale.
E William?
La stampa non è imparziale, la tv non è imparziale, il Quirinale non è imparziale, possiamo sperare che almeno la giustizia lo sia?
Nemmeno per sogno, poveri illusi!
L’agguato a William Pezzullo ha avuto esiti clamorosamente diversi rispetto al caso Annibali: 10 anni a Elena Perotti e Dario Bartelli.
La metà esatta.
Eppure la Perotti ha diverse aggravanti rispetto a Varani: lui ha commissionato l’aggressione ma non vi ha preso parte, lei oltre ad averla organizzata l’ha anche materialmente eseguita.
Varani ha - involontariamente, dice lui - causato danni estetici e psicologici gravissimi, ma almeno non ha menomato le funzioni vitali di Lucia, fortunatamente non l’ha resa invalida.
La tesi difensiva sostiene che Varani abbia commissionato solamente un’azione intimidatoria, degenerata in lesioni permanenti senza una reale volontà del mandante.
Ovviamente non gli ha creduto nessuno.
Il Tribunale ha riconosciuto che, pur se indirettamente, Varani ha causato alla vittima danni permanenti che avrebbero anche potuto avere esiti peggiori. 
La pena quindi deriva dal reato contestato: nulla esclude che Lucia avrebbe anche potuto restare uccisa, pertanto il capo d’imputazione è tentato omicidio.
Elena Perotti ha causato nella propria vittima danni fisici e psicologici estremamente più gravi di quelli subiti dalla vittima di Luca Varani, eppure non era imputata di tentato omicidio.
Abbiamo già visto come non si sia limitata a commissionare l’aggressione: il processo ha accertato che è stata lei, mentre il complice immobilizzava la vittima, a versare l’acido sul viso e sul corpo di William.
La pena dimezzata deriva dal capo di imputazione più blando rispetto al tentato omicidio.
Il Tribunale - evidentemente - è certo che William non avrebbe potuto subire nulla di diverso da ciò che ha subito, è certo che non avrebbe potuto restare ucciso, è certo che Elena non aveva la volontà di uccidere. Ecco perché la Perotti è riuscita a sgusciare via dall’imputazione di tentato omicidio ed è stata condannata per lesioni.
Nulla di imprevedibile, quale sarebbe stato lo sviluppo del processo si è intuito da subito.
Già da tempo la madre di William aveva anticipato l’intenzione del PM di edulcorare il capo d’imputazione; alla richiesta del legale di parte di configurare il tentato omicidio aveva risposto testualmente: “....ma cosa dice, non vorremmo mica costruire un mostro?”.
Guanto di velluto anche per le modalità di espiazione della pena: la madre di William ci riferisce che Elena Perotti non è in carcere, sta effettuando un percorso di recupero presso una comunità gestita da suore, insieme ad altri ospiti da recuperare psicologicamente per motivi diversi, tossicodipendenza ed altro.
Oggi William come sta? Che danni ha riportato, quali sono le conseguenza dell’agguato?
La fonte è ancora Fiorella Grossi, la madre di William; è l’unico modo per avere notizie vista la perdurante indifferenza mediatica. Nel corso dell’ultima telefonata, lunedì 31 marzo, la signora Fiorella dichiarava: “ William non migliora affatto, anzi sta peggiorando, siamo disperati. Un occhio era perso del tutto ma almeno con l’altro riusciva a distinguere delle ombre, dei movimenti. Ora non vede più nulla, l’hanno operato più volte ma fino ad oggi non sono riusciti a recuperarlo. Anche la plastica ricostruttiva non riesce ad ottenere risultati; lo abbiamo portato in parecchi altri ospedali, anche a Torino dove hanno provato a ricostruire muscoli e tessuti del collo, ma sta peggio di prima. William ha penato tre mesi prima di uscire dal reparto di terapia intensiva, non erano sicuri di salvargli la vita. Ora sono 16 mesi che è chiuso in casa, usciamo solo per portarlo in qualche ospedale o da qualche specialista. Il morale è  a pezzi, non è autosufficiente, non lo sarà mai più, è questo l’aspetto più drammatico”.
Le chiediamo se sia stato riconosciuto qualche risarcimento per i danni subiti. “....I soldi? Quali soldi? È giusto che a Lucia abbiano dato 800.000, ma al mio William fino ad oggi nemmeno un centesimo. Parlavano di una casa dal valore di 53.000 euro, ma alla fine non gli danno nemmeno quelli perché mi pare di aver capito che c’è un pignoramento e il primo creditore è la banca. Comunque di queste cose capisco poco e mi interessano ancora meno, al primo posto ci sono la dignità e la salute e l’autonomia che hanno rubato a William”.
Insomma, sotto tutti gli aspetti due pesi e due misure, ormai uno standard nei nostri tribunali.
Quante volte lo abbiamo scritto sulle pagine di Adiantum?
Quante volte ancora lo scriveremo, prima di poter pensare di nuovo ad una Giustizia con la G maiuscola?
E' inaccettabile che due delitti sulla persona, simili sia nel movente che nell'esecuzione (ma quello in cui è stato vittima William ha avuto conseguenze fisiche ancora più gravi), vengano "interpretati" a seconda del sesso dell'autore e alle vittime venga riconosciuta, simmetricamente, differente dignità a seconda del loro genere.  
E' altrettanto inaccettabile che, sempre a seconda del proprio sesso, chi commette un tentato omicidio sa di poter farla franca all'ombra di un chiostro benedetto da Dio.
ADIANTUM chiede - lo farà certamente nei prossimi giorni - l'invio di ispettori dal Ministero di Giustizia e un esame del caso dal Dipartimento Pari Opportunità.
Al presidente Napolitano si chiederà di riconoscere al nostro William il suo alto patrocinio, così come ha fatto con la Annibali.
Che piaccia o no alla Zincone.

http://www.adiantum.it/public/3532-william-pezzullo-e-lucia-annibali--vittime-di-uno-stesso-reato,-ma-per-il-quirinale-conta-il-genere.asp