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mercoledì 23 settembre 2015

Al tribunale dei minori di Roma conta solo limitare la frequenza con i figli

13/11/2013 

Ci risiamo. 
Il principio di bigenitorialità proprio non riesce ad entrare nel Tribunale per i Minorenni di Roma. 
Rimane una chimera voluta dal Legislatore e dal Parlamento nel 2006, al momento di varare la norma dell’affidamento condiviso.
O meglio, seppure il principio entri formalmente in Tribunale, nella sostanza troppi magistrati non riescono ad affrancarsi dalla consuetudine consolidata di comprimere l’accesso ai figli per la figura paterna.
Sembra essere qualcosa di febbrile, un pregiudizio culturale impossibile da estirpare, l’accanimento ossessivo che si legge tra le pieghe dei provvedimenti è “limitare il padre”.
Limitare sempre, limitare comunque, limitare appena se ne presenta l’occasione.
Limitare le cene con i figli, limitare gli incontri nel numero  e nella durata, limitare i pernottamenti,  limitare le vacanze, limitare persino le telefonate.
Cosi la presa per i fondelli dello pseudocondiviso si trasforma nella parodia di se stesso: tra una sforbiciata ai weekend e una rasoiata alle vacanze, impera sovrana la restaurazione dell’affido esclusivo travestito da bigenitorialità.
Le tattiche di aggiramento della riforma le conosciamo tutti fin nei minimi dettagli, le denunciamo da anni con dovizia di particolari, approfondiamo decreti e sentenze che gridano vendetta, estraiamo una casistica reale che smentisce clamorosamente le idilliache statistiche ISTAT, analizziamo le strategie utilizzate per mascherare da condiviso ciò che condiviso non è .
Però predichiamo nel deserto, tanto non cambia nulla.
Non ci resta che evidenziare ciò che i Tribunali tentano di spacciare per “condiviso”,  mostrando pubblicamente le perle di Diritto che dispensano a piene mani.
L’ultima chicca di cui abbiamo notizia è del TdM di Roma, che si accanisce ad erogare misure gravemente penalizzanti per il padre, preoccupandosi però di spacciarle per affido condiviso. E' del giudice De Biase, andato in pensione subito dopo questa sentenza (fortunatamente per i futuri separandi, sfortunatamente, per chi ha subito questa ultima perla di giurisprudenza)
Il Tribunale sembra partire bene


Poi però arrivano le solite storture.
Quello che nominalmente risulta essere un condiviso, si trasforma nell’immancabile presa in giro: un pomeriggio a settimana e un weekend al mese


Limitiamolo questo padre, e che diamine!
Alcuni particolari non da poco: i genitori vivono in città diverse, la madre si è trasferita da Parma a Roma dopo la separazione (col bimbo, ça va sans dire), formulando le solite accuse (maltrattamenti, ça va sans dire), che si sono dimostrate inventate (archiviazione, ça va sans dire).
Un copione già visto.
Due città diverse rendono difficile avere più di un pomeriggio a settimana, ma questa restrizione obbligata – imposta da un genitore e subita dall’altro – dovrebbe almeno comportare una sorta di compensazione, consentendo al bambino di trascorrere col genitore che vive lontano la maggior parte del tempo libero dagli obblighi scolastici. 
Invece questi che fanno?
Limitare, limitare, limitare
Quindi ecco che sfoderano tre giorni a Natale, quando quest’anno le scuole saranno chiuse per 16 giorni dal 22 dicembre al 6 gennaio.
Sarebbe una bestialità 8 giorni con ciascun genitore?
Ma nooo, limitare, limitare, limitare … poi c’è il rischio che salti fuori la solita storia di Salomone per cui i bimbi non vanno divisi a metà.
Ok, allora sarebbe una bestialità 7 giorni col padre e 9 con la madre, così è garantito il ruolo prevalente tanto caro ai nostri giudici?
Ma nooo, limitare, limitare, limitare! Tre bei giorni, che vuoi di più?
Così la metà del tempo la passano in macchina, per andare e tornare dalla provincia di Brindisi.
Già, perché il padre che lavora a Parma è di origine pugliese e vorrebbe - pensa un po’ la sfrontatezza - che ogni tanto, magari in occasione delle feste, il figlio vedesse anche nonni, zii e cuginetti del ramo paterno.
Ok, gli danno tre giorni … parte da Parma, passa a Roma a prendere il figlio e poi raggiunge Francavilla Fontana … se non trova traffico o file al casello, se il bambino non ha bisogno di fermarsi più di 2 volte per fare pipì, se non trova incidenti o deviazioni per lavori in corso se la cava con 11/12 ore all’andata ed altrettante al ritorno, che vuole di più? Un intero giorno perso per strada, ma rimangono due giorni pieni.
E sfottono pure, definendoli testualmente “apprezzabili periodi di tempo”.
Che fa ‘sto padre, non apprezza?
Ah vabbé, allora è proprio incontentabile.
A nessuno interessa lo sballottamento del cucciolo, che passa più tempo in macchina che con i parenti?
Però sono tempi apprezzabili, lo dicono loro …. quindi pure il bambino deve apprezzare.
In estate le cose non cambiano:  20 giorni anche non continuativi.
Che vuol dire, 2 spezzoni da 10 gg o possono anche essere 5 spezzoni da 4 gg? E allora perché non 10 spezzoni da 2 gg, così al bambino viene l’esaurimento nervoso e tutta la tredicesima se ne va in benzina e autostrada Parma/Roma/Brindisi?
Sarebbe una bestialità due mesi col padre, visto che il resto dell’anno c’è un monopolio materno?
Ma noooo, limitare, limitare, limitare!
Migliaia di genitori separati che vivono nella stessa città trascorrono d’estate un mese ciascuno con i figli, pur avendo frequentazioni infrasettimanali libere dai vincoli della distanza. 
Per questo padre un mese come tutti gli altri, era troppo?
Ma noooo, limitare, limitare, limitare!
Meglio rosicchiare una decina di giorni, si accontenti di 20 e deve pure essere felice perché c’è scritto che sono tempi apprezzabili.
Che fa, non apprezza?

martedì 22 settembre 2015

Non vale indossare la toga, quando sarebbe meglio una tuta da meccanico

10/07/2013

Abbiamo detto e scritto più volte della forzatura sistematica in atto nei nostri Tribunali per non applicare la legge 54/06: abbiamo analizzato per anni e documentato in dettaglio le strategie di aggiramento della norma, abbiamo monitorato decreti e sentenze che del “condiviso” hanno solo il nome, abbiamo raccolto dossier da depositare in Parlamento, abbiamo dimostrato nelle audizioni alla Camera e al Senato la mancata applicazione della legge tradita, abbiamo effettuato ricerche pubblicate su portali e riviste scientifiche, abbiamo elaborato da anni relazioni da presentare in decine e decine di seminari e corsi di formazione per avvocati … 
Conoscendo quindi nei minimi dettagli le dinamiche di autolegittimazione del Sistema, pronto alle più ardite acrobazie dialettiche pur di giustificare il proprio accanimento nel replicare il modello di affidamento esclusivo, dovremmo ormai essere al riparo da ogni sconcerto nell’acquisire nuovi elementi di valutazione.
Non è così: non riusciremo mai ad abituarci alle assurdità che sanno partorire alcuni tribunali.
L’ultima - in ordine di tempo, non certo di assurdità - è dell’aprile 2013. 
Il procedimento non è esaurito, quindi preferiamo alterare i nomi delle persone coinvolte ed omettere gli estremi dei professionisti, per non rendere identificabili le parti ed i rispettivi legali, ne’ il CTU e/o il tribunale competente.
Per ora.
I fatti - si separa una coppia atipica: Anna lavora regolarmente a contratto, Mario saltuariamente in nero. 
Anna e Mario hanno due bambini ed hanno raggiunto questo equilibrio: è il padre che si occupa principalmente dei figli, in assenza della madre impegnata al lavoro.
Si tratta di una scelta obbligata, che dipende dal fallimento della ditta presso la quale Mario era impiegato. 
Ora lavora un paio d’ore al giorno quando capita, ma il suo ruolo domestico è tanto prevalente che la stessa Anna lo definisce “casalingo”.   
Il Giudice non prende atto della situazione, non valuta nel caso di specie quale sia la figura di riferimento per i figli, non decide di conseguenza, non si assume alcuna responsabilità; nomina l’immancabile CTU, delegando ad altri il compito di uniformarsi all’orientamento prevalente che prevede come “migliori” le misure standard: casa, assegno e figli ad un genitore e un mortificante diritto di visita all’altro, quale perfetta replica dell’affido esclusivo.
Il CTU però non si limita a seguire il copione preferito nei nostri tribunali, ma rileva ciò che chiunque - quindi anche lo stesso Giudice - avrebbe potuto rilevare: nella coppia presa in esame i compiti di cura della prole vengono svolti prevalentemente dal padre.
In ragione dell’estrema flessibilità dei suoi lavoretti saltuari, combinata con i turni anche serali e notturni della madre, è Mario ad occuparsi della quotidianità dei figli, dal risveglio ai pasti, dalla scuola alle attività extrascolastiche.
Il CTU infatti nella relazione scrive: 


Ma la conclusione non piace al Giudice, che la stravolge. 
Attendeva dal CTU conclusioni diverse ? 
Sperava in un appiattimento sulle misure standardizzate da decenni ? 
Sperava in una legittimazione dei preconcetti prevalenti? Sperava di essere supportato nel proprio favor per il modello di affido esclusivo?  
Si tratta solo di ipotesi, non è dato di sapere quali fossero le aspettative del Giudice al momento di chiedere il parere tecnico. 
Resta il fatto - incontestabile - che ignora le indicazioni del CTU e ne stravolge le conclusioni. L’ordinanza recita infatti:


Che scandalo inaccettabile, i figli conviventi col padre ! In costanza di matrimonio è una realtà consolidata all’interno di questa coppia, lo scandalo è che possa accadere anche in caso di separazione. 
Al Giudice proprio non va giù, deve trovare una motivazione per gettare alle ortiche le conclusioni del CTU. 
Eccola:


Fenomenale davvero! 
La collocazione dei figli presso il padre penalizzerebbe la madre, quindi per dirla col Manzoni “non s’ha da fare”. Poco importa che sia positiva per l’equilibrio dei figli, poco importa che garantisca continuità in quanto è Mario il genitore di riferimento quotidiano, poco importa che i principi di stabilità sia emotiva che di vita siano legati alla figura paterna, poco importa che la madre sia oggettivamente impossibilitata ad occuparsi dei figli in misura uguale a ciò che oggi fa il padre …
La forma mentis della maggior parte dei Giudici è arroccata sull’inscindibilità del binomio madre-figli, migliore sempre, migliore ovunque, migliore a prescindere dalle caratteristiche individuali e di coppia delle parti, migliore anche negando l’oggettività dei fatti, migliore per postulato. 
Non riuscendo a liberarsi da preconcetti tanto radicati, troppi Giudici si dimostrano creativi nel rispolverare motivazioni dozzinali o coniarne di nuove, al solo scopo di giustificare misure preconfezionate.
Infatti, come abbiamo quintali di ordinanze farcite da “i bambini non sono pacchi postali” e “non è importante la quantità ma la qualità del tempo trascorso con i figli”,  ecco che abbiamo anche “dandoli al padre verrebbe penalizzata la madre”.
In spregio del superiore interesse del minore.
Poi, con la sua ordinanza....voilà, giustizia è fatta!
L’approccio del Giudice è sbagliato, grossolanamente sbagliato: il diritto di famiglia non considera un premio il collocamento della prole e, allo stesso modo, non considera una penalizzazione il mancato collocamento.
Il focus è sul diritto del minore, non sulla gratificazione dei genitori.
Può un Giudice ignorare questo principio fondamentale?
Vorremmo porre all’illuminato Giudice una serie di domande, ma sappiamo che dall’alto della sua torre d’avorio non risponderà mai.
Non deve essere penalizzato chi è fuori casa per lavoro.
Ok, ma il principio è simmetrico o unidirezionale? Vale cioè sia per una lavoratrice che per un lavoratore? 
A ruoli invertiti, cosa accade? È in grado il Giudice di citare un suo provvedimento che colloca i figli presso il padre con la motivazione “per non penalizzarlo del fatto che lavora e non può occuparsi stabilmente dei figli”?
L’ordinanza, anche nelle motivazioni, sembra conformata più ad un eccesso di scrupolosa garanzia per i privilegi di un genitore che non al rispetto delle reali esigenze della prole.
Che fine fa il diritto dell’infanzia alla stabilità, privando i bambini di quella che attualmente è la figura genitoriale di riferimento? 
Ancora: le frequentazioni padre-figli sono stabilite in maniera apparentemente ampia, ma concretamente aleatoria.
La formula “quando vorrà, previo accordo” è quanto di più rischioso possa esistere, ne è a conoscenza il Giudice? 
È sufficiente che non ci sia accordo su date ed orari,  ed ecco che quando vorrà si trasforma in mai.
Si tratta di una strategia ben rodata, messa in atto da chi vuole consumare vendette, chi tende ad escludere un genitore dalla vita dei figli ed aspira a fare degli stessi una proprietà esclusiva.
È a conoscenza il Giudice della casistica relativa agli attriti generati dal previo accordo?  
Sa che con tale formula conferisce una sorta di diritto di veto al genitore convivente con la prole? 
Per quale motivo non essere imparziali scrivendo previa comunicazione?
Un genitore comunica all’altro che prenderà i figli, punto. Nulla di imprevisto, nulla di destabilizzante, si tratta di una consuetudine che verrà reiterata centinaia di volte negli anni a venire. 
L’imprevisto semmai è la comunicazione che è impossibilitato a prenderli perché ha 39 di febbre, perché ha avuto un incidente o altro.
Non è costretto a chiedere il permesso cercando un accordo, avviando ogni volta una trattativa su mezz’ora in più o mezz’ora in meno, chiedendo accesso a chi si considera proprietario della prole.   
È a conoscenza il Giudice che subordinando ogni volta le frequentazioni al raggiungimento di un accordo crea un potenziale focolaio di conflittualità? 
Sa che con tale formula rafforza l’asimmetria tra genitore prevalente e genitore marginale? 
Uno che è costretto a chiedere e l’altro che decide se, quando e come concedere, restaurando esattamente ciò che il Legislatore intendeva eliminare con la novella del 2006.
Frequentazioni significative e costanti sono un diritto dei minori, non degli adulti.
Subordinarle ad un accordo tra le parti confligge con la stessa ratio del principio di bigenitorialità.
Altra osservazione sulle spese extra che un genitore dovrebbe versare all’altro nella misura del 50%.
Si tratta dell’ennesima stortura generata dal favor per il modello di affido esclusivo, dal quale il condiviso finge di discostarsi.
Cosa impedisce che anche il genitore non coabitante possa (o debba?) affrontare delle spese per far fronte ai bisogni dei figli? Cosa impedisce che possa farlo in prima persona, senza essere obbligato a delegare al genitore prevalente i compiti di cura?
Un bambino frequenta la palestra di pallavolo; è il padre che ne cura tutti gli aspetti, dal pagamento della retta mensile, all’accompagnamento agli allenamenti, all’acquisto dell’attrezzatura necessaria.
Capita l’imprevisto di un piccolo infortunio, una caviglia appoggiata male e arriva la distorsione. Il fisioterapista consiglia l’applicazione di un gel e l’utilizzo di un tutore per 20 gg.
È libero il padre di entrare in farmacia ed acquistare il tutore, o è obbligato a delegare la madre? E soprattutto, ha diritto a chiedere un rimborso pari al 50% delle spese sostenute?
Se la spesa non coperta dal SSN viene effettuata dalla madre il padre deve contribuire, questo è previsto dall’ordinanza; ma non è previsto che a ruoli invertiti anche la madre contribuisca.
Due pesi e due misure, un topos nei nostri tribunali.
Qualsiasi spesa extra, anche effettuata nell’esclusivo interesse dei minori, è considerata un regalo se fatta dal genitore non convivente con i figli?
Perché non essere imparziale, scrivendo “ciascun genitore corrisponderà all’altro, etc”, invece di  circoscrivere alla madre il diritto di essere rimborsata? La dicitura faziosa comporta come diretta conseguenza il conferimento alla madre di un ruolo egemone nel soddisfacimento delle esigenze della prole.
Un’altra miopia giudiziaria, dalla quale poi non bisogna stupirsi se nascono attriti.
Ma soprattutto un altro retaggio dell’affido esclusivo, del quale troppi Giudici non riescono proprio a liberarsi.  
Un genitore deve essere prevalente rispetto all’altro, non riescono ad abbandonare questo modello e non riescono ad assimilare il principio di bigenitorialità.  
Poi salta fuori la solita solfa: che possiamo fare, si sa che i genitori sono conflittuali …
L’ipocrisia risiede nel fatto che nessuno vuol vedere l’erogazione di una serie di misure che acuiscono le occasioni di conflittualità, in alcuni casi le creano dal nulla.
Il Sistema si autoalimenta: creando il problema, crea anche il diritto di potersene occupare.
Proponiamo da anni un esperimento: esaminare i casi con i dati oscurati.
Di ogni genitore viene descritto il comportamento nei confronti della prole e dell’altro coniuge, le caratteristiche reddituali, le istanze ed ogni altro dettaglio utile, senza però specificare se si tratti della madre o del padre.
Le decisioni vengono prese su dati oggettivi ed impersonali, eliminando soggettività e pregiudizi di genere.
Solo dopo l’omologa vengono aggiunte le generalità delle parti.
È un esperimento impossibile da realizzare? Forse, ciò non toglie che i risultati sarebbero interessanti.
Siamo sicuri che ogni provvedimento preso nei tribunali Ordinari e per i Minorenni, nelle Corti d’Appello ed in Cassazione, ricalcherebbe fedelmente quanto stabilito dal 2006 ad oggi?
In sostanza, l’imparzialità di giudizio rimane pura o è inquinata da pregiudizi sessisti? 
Nel caso di specie, se il Giudice avesse esaminato gli atti senza conoscere le generalità delle parti, le conclusioni sarebbero state le stesse?
Un genitore lavora stabilmente, con turni che ruotano fra mattutini, pomeridiani e notturni, cosa che gli impedisce oggettivamente di occuparsi della prole in maniera stabile e continuativa; l’altro non ha un impiego stabile e si occupa di tutte le esigenze dei figli, ordinarie e straordinarie.
Secondo logica, oltre che secondo giurisprudenza consolidata, presso quale dei due è meglio collocare i bambini?
Quale Giudice, senza conoscere le generalità delle parti, si arrampicherebbe sugli specchi disponendo la collocazione proprio presso il genitore che non può occuparsi dei figli?
Ma i nomi c’erano, quindi … imparzialità: non pervenuta.
Sorprende l’influenza del pregiudizio che diviene prevalente, in un campo nel quale sarebbe necessaria la massima oggettività.
Il Magistrato come prerequisito imprescindibile deve essere un modello di imparzialità, se non vi riesce non sarebbe meglio che facesse altro?
C’è tanto bisogno di agricoltori, falegnami, elettricisti, idraulici, maestre, infermiere … tutti mestieri più che dignitosi, utili, remunerativi … non è mica obbligatorio entrare in Magistratura quando non si hanno i requisiti di imparzialità indispensabili all’esercizio del mandato.
Perché indossare per forza la toga, quando in certi casi sarebbe meglio una bella tuta da meccanico?
Non serve appellarsi alle figure di Falcone e Borsellino, come immancabilmente viene fatto ogni volta che si prova a sollevare critiche sull’operato di qualche Magistrato.
Come in ogni categoria ci sono gli eroi, è vero, ma ci sono anche le mezze calzette.
La Magistratura annovera sicuramente delle eccellenze, ma anche tante, troppe gravissime incapacità dalle quali sortisce l’effetto di fare a pezzi sia il Diritto che i diritti.
Soprattutto dei minori.

Il diritto del minore, questo sconosciuto. Nei tribunali i giudici si piegano ai poteri di veto

08/08/2015 - 15:30

Il Tribunale per i Minorenni, autentico baluardo dei diritti dell’infanzia. Della serie: è difficile crederci, ma questi li paghiamo pure. Oggi forniamo una ulteriore dimostrazione di cosa il Tribunale per i Minorenni intenda per interesse del minore. O meglio, di come riesca a storpiare l’interesse del minore, la bigenitorialità, l´affidamento condiviso..
Nulla di nuovo, purtroppo è la seconda puntata di una vicenda - umana prima ancora che processuale - che grida vendetta ad ogni nuovo atto.
Per chi volesse approfondire le prime bestialità sono descritte al link   http://www.adiantum.it/public/3569-al-tribunale-di-roma-il-giudice-tutelare-non-conosce-bene-il-diritto-di-famiglia....asp  

Il signor S.S. viene lasciato dalla convivente il giorno stesso in cui lei sa di essere incinta, quindi viene allontanato dal figlio prima ancora che nasca.
Il 19 agosto 2014 scrivevamo

Aspre lotte in tribunale per poter riconoscere il bimbo, poi lotte ancora più aspre per iscriverlo all’anagrafe e potergli dare il cognome: l’opposizione della madre ha ceduto solo di fronte alla prova del DNA, ma la signora continua ad ostacolare la paternità con ogni stratagemma: prova ne sia che, nonostante tutto, dopo quasi due anni il bimbo ha ancora solo il cognome materno

Aggiornamento: il decreto che aggiunge il cognome paterno a quello materno è arrivato la settimana scorsa, in risposta ad una istanza del 2012. Una saetta.
Le misure provvisorie ed urgenti nel 2013 disponevano la misura (follemente assurda per chi scrive, evidentemente no per chi l’ha stabilita) di incontri padre-figlio al bar, due ore per due giorni a settimana.
D’altra parte la madre “concede” questo e nulla più, che ci vuoi fare …
È lecito chiedersi se il ruolo del giudice sia ancora quello di assumersi delle responsabilità, se sia ancora quello di prendere decisioni nel superiore interesse del minore, o sia ormai circoscritto a ratificare ciò che un genitore è disposto a concedere all’altro.
Se così fosse cosa si va a fare in tribunale? I genitori chiedano servilmente il permesso alla controparte e si accontentino di ciò che “concede”, tanto il giudice non si discosterà troppo dal diktat del genitore prevalente[1], quello a cui il tribunale consegna ufficiosamente il potere di veto.
Nel caso di specie - come sempre, o quasi - compare la parola magica: l’immancabile conflittualitàche serve a giustificare l’inerzia del sistema e l’incapacità di adottare misure concrete a tutela del diritto del minore alla bigenitorialità.
Perché questa coppia sarebbe conflittuale? Lei vuole escluderlo e lui, pensa un po’, non vuole essere escluso; non accetta passivamente di perdere il figlio, quindi secondo il Sistema è conflittuale tanto quanto chi lo ostacola.
Sintetizziamo uno scambio surreale, che in tribunale è avvenuto veramente anche se con modalità dilatate nel susseguirsi di varie udienze.

LUI: “posso vedere il bambino?”
LEI: “no”
LUI: “ma dai, fammi vedere il bambino”
LEI: “no no”
GIUDICE:, “lo sapevo, non riuscite a trovare un accordo quindi siete conflittuali”
LUI: “scusi, ma vedere anche il padre non sarebbe un diritto del bambino?”
GIUDICE: “in teoria si, ma la mamma che dice?”
LEI : “non se ne parla proprio”
GIUDICE: “Visto? Che ci posso fare, siete conflittuali”
LUI: “ma così lei detta le regole e io devo obbedire … questa non è trattativa, è dittatura”
GIUDICE: “beh, in effetti … signora, ci vuole ripensare?”
LEI: “no”
GIUDICE: “ok, allora se la signora vuole il bar lei vede il bambino nel bar”   

Non è finita, il Tribunale ha il potere di stupire: adotta misure sbilanciate a sfavore del genitore penalizzato.
Penalizzato quindi due volte: prima dall’ostracismo della madre, poi dall’ottusità della giustizia.
 
Visto che c’è conflittualità, diamo incarico al servizio sociale di valutare la genitorialità paterna.
E quella materna, no?
Risulta agli atti che la madre si dimostra accanitamente possessiva, da anni, quindi mettiamo il padre sotto la lente di ingrandimento.
Follia lucida, legittimata da migliaia di provvedimenti simili.
Non è che per caso, e dico per caso, sarebbe necessario valutare se questa madre è in grado di comprendere i diritti del figlio?
Nessuno ha sentito il bisogno di valutare se la madre abbia agito negli interessi del minore – o piuttosto mossa da rancori personali –, al momento di escludere il padre opponendosi al riconoscimento, di “concedere” due ore di incontri, di imporre il bar come unica sede, di far saltare decine di appuntamenti, di ostacolare ripetutamente le modalità di visita già gravemente limitate nei tempi e nei modi.   
Ma in Italia funziona così, le verifiche sull’adeguatezza genitoriale le fanno sul genitore escluso, non su quello escludente.
Risultato: un anno di percorso presso i Servizi Sociali, padre e figlio si incontrano due pomeriggi a settimana presso lo spazio neutro dei Servizi; relazione più che positiva, il padre è perfettamente in grado di occuparsi del figlio, gli incontri possono anche avvenire senza la supervisione dei Servizi.
Però - si sa - tutto va fatto gradatamente, guai a consentire che padre e figlio possano incontrarsi senza ingerenze esterne e magari, pensa che stranezza, sviluppare una sana familiarità.
Non sia mai, mezz’ora di libertà deve essere conquistata con le unghie e con i denti, del diritto del minore non gliene frega niente a nessuno quindi le nuove misure dicono: un giorno nello spazio neutro, un altro fuori ma con babysitter al seguito.  
LUI: “perché la babysitter?”
SERVIZI: “l’ha chiesta la signora, così è più tranquilla”
LUI: “ insomma pure con voi comanda lei, allora ditelo”
SERVIZI: “ma no, non sia conflittuale”
LUI: “vuole sempre qualcuno che controlli, non accetta che io stia da solo col bambino”
SERVIZI: “in effetti … signora, andrebbe bene pure senza babysitter?”
LEI: “assolutamente no”
SERVIZI: “ok, allora che babysitter sia”    

Questa storia si dimostra una collezione di anomalie, una più inconcepibile dell’altra, sempre in ragione dell’appiattimento istituzionale sulle imposizioni materne.
Non bastava l’assurdità del bar, ci voleva pure la babysitter.
Curioso, perché la figura della babysitter nasce per occuparsi della prole in assenza dei genitori, quando se ne occupano la madre, il padre o i nonni diventa ovviamente superflua.
O meglio, nasce per sorvegliare i bambini quando i genitori vanno al cinema o a cena fuori, non per sorvegliare il padre che sta sullo stomaco alla madre.
Però il signor S.S. è stato costretto a digerire anche questo, altrimenti sarebbe stato conflittuale.
Alla fine anche i Servizi si arrendono all’evidenza: la babysitter non serve a niente e, nelle more del giudizio, stabiliscono incontri liberi senza più guardiani di nessun tipo. Ma li tarano secondo il calendario precedente: le assistenti sociali in quanto dipendenti pubbliche non lavorano nel weekend, quindi anche gli incontri liberi replicano il calendario degli incontri nello spazio neutro, lunedì e giovedì.  Padre e figlio non possono mai incontrarsi di sabato o di domenica ma, finalmente, possono farlo senza supervisioni da parte di terzi.
Misure ancora fortemente restrittive, tuttavia rappresentano una grande conquista per chi ha sempre subito l’imposizione del cane da guardia. Ma soprattutto c’è grande attesa per la liberazione finale che arriverà col provvedimento del Tribunale, all’esito della relazione dei Servizi.
Il signor S.S. ha sopportato anche l’insopportabile per tre anni di ostracismo senza limiti, alla fine del percorso nutre la legittima aspettativa che per suo figlio vengano stabilite misure normali che consentano attività normali: preparargli un pranzo, portarlo una domenica al circo, leggergli una favola per farlo addormentare.
Però siamo a Roma dove operano giudici molto particolari che, senza vergognarsi, riescono a produrre questo     
 
Affidamento condiviso, partono bene …
Poi però sbracano: tre ore due pomeriggi a settimana, niente sabato, niente domenica, niente pernottamenti, niente vacanze, impossibile persino cenare o pranzare insieme …
Però è affido condiviso, almeno secondo la singolare interpretazione che ne fa il Tribunale per i Minorenni di Roma.
Forse i giudici pensano che il bimbo sia piccolo, sarebbe traumatizzante strapparlo dalle braccia della madre troppo a lungo; va bene se trascorre 6 ore al nido, 5 coi nonni o 4 con la zia, ma guai a lasciarlo col padre per 3 ore e mezza.
Non è importante quanto sia lontano dalla madre, è importante che non sia con chi non vuole la madre 
In fondo il bambino ha “solo” due anni e 9 mesi, forse secondo i giudici bisogna attendere il compimento dei tre anni per avere il pernottamento, le vacanze, etc.
Invece no
 
Si rischia di impazzire: aggiungono il sabato o la domenica, ma tolgono uno dei due pomeriggi infrasettimanali.
E certo, questo padre mica può essere invadente, se vuole la domenica deve pur rinunciare a qualcosa altrimenti diventa troppo presente nella vita del figlio. Limitare, limitare, limitare sempre e comunque.
Ha il condiviso, che altro vuole?
Ho forti dubbi che questo sia il diritto del minore alla bigenitorialità, ma per fortuna non sono un giudice.
Loro sanno tutto e decidono sempre al meglio, non so come facciano ma lo fanno.
Poco poco, piano piano, un po’ alla volta, senza fretta …
Dopo tre anni di ostracismo ed un anno di osservazione dei Servizi con relazioni ottime, il Tribunale dice che il diritto del minore è rispettato con due visitine di 3 ore.
Di questo passo per trascorrere un weekend col padre si dovrà arrivare al 2017, nel 2019 forse si potrà pensare a 3 pomeriggi, nel 2020 ad una vacanza di 15 giorni ... quando avrà la patente potrà decidere se restare un mese
Sempre nel pieno rispetto del diritto del minore e sempre se la madre non si oppone, altrimenti il padre o china la testa o diventa conflittuale.        

Non ne posso più dell´ipocrisia dilagante che sembra essere l´architrave del sistema giudiziario, facciamo chiarezza una volta per tutte.
Avere un figlio non è circoscrivibile all’attività biologica necessaria al concepimento, e nemmeno ai nove mesi della gravidanza; la scelta di procreare comporta un insieme di doveri che entrambi i genitori assumono nei confronti del nascituro.
Nel caso in cui uno dei genitori voglia emarginare l’altro dalla vita dei figli, un sano attaccamento comporta che l’escluso non accetti passivamente di perdere o limitare i contatti con la prole per assecondare il delirio di onnipotenza dell’altro.
Tuttavia se osa contrastare gli ostacoli, ovviamente con gli strumenti previsti dalla legge, diventa conflittuale.
Quando la percezione di genitorialità è su livelli diversi può accadere che un genitore la intenda come “la proprietà esclusiva del figlio è un mio diritto, stanne fuori”, l’altro come “vorrei avere anch’io uno spazio, la mia quota di doveri e compiti di cura”.
L’agito dell’uno non è nemmeno paragonabile a quello dell’altro - nella forma e nella sostanza, negli obiettivi e nelle motivazioni - ma una lettura miope non permette di distinguere.
Sarebbero conflittuali, al plurale.
Esiste una conflittualità unilaterale, è ora saperla riconoscere senza più lavarsene le mani.   
Uno riconosce il ruolo dell’altro e la complementarietà delle figure genitoriali, fondamentali nel processo di crescita dei figli; l’altro riconosce solo il proprio ruolo e vorrebbe imporlo come modello unico alla prole, disconosce il ruolo altrui, lo delegittima come inutile, superfluo.
Uno in sintesi interpreta la genitorialità come monopolio, l’altro come compartecipazione; se un genitore lotta per esserci solo lui e l’altro per esserci anche lui, non è possibile ipotizzare una simmetria di piani valutativi.
Ma da noi non sanno fare altro.
E li paghiamo pure.